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Il diritto all’aborto negato anche online

Dopo che la Corte Suprema americana ha negato il diritto all’aborto a livello federale, in molti stati Usa l’aborto è diventato un reato e in alcuni di essi sono addirittura previste ricompense monetarie per chi denuncia chi pratica o ricorre a questo intervento. Un ritorno al passato, ma con in più un elemento inquietante: l’enorme mole di informazioni legate alla nostra impronta digitale rende molto più difficile che in passato nascondere di avere interrotto volontariamente una gravidanza.

Perciò le attiviste pro-choice hanno iniziato a consigliare di interrompere l’uso delle app per il tracciamento del ciclo mestruale, senza limitarsi a disinstallarle dallo smartphone, ma richiedendo la cancellazione completa dei dati del proprio account.

Molte di queste app, in particolare quelle gratuite, danno scarse garanzie in termini di privacy: ad esempio, comunicano a Facebook quando inizia il ciclo o, se si usa la app per cercare di rimanere incinta, o se si registrano sintomi particolari come acne, gonfiore, mal di testa. Queste informazioni servono alla profilazione del pubblico a cui mostrare annunci pubblicitari di un certo tipo, dalle mutandine assorbenti agli integratori alimentari. Poiché negli Usa il mercato dei dati personali è molto meno regolamentato che in Europa, si sono verificati casi in cui gruppi antiabortisti hanno usato database commerciali per indirizzare le loro campagne a donne i cui comportamenti lasciavano presumere un’intenzione di abortire. E fin qui stiamo parlando di dati usati in forma aggregata e in qualche modo anonimizzata; ma, nel momento in cui l’aborto torna a essere un reato, le autorità possono richiedere l’accesso ai dati individuali, per capire se una gravidanza è iniziata ma a un certo punto si è interrotta.

Le app per il monitoraggio del ciclo non sono gli unici indizi potenzialmente incriminanti: ci sono la cronologia delle ricerche, i dati di geolocalizzazione che mostrano se si è visitata una clinica per aborti di un altro Stato, i movimenti sulla carta di credito per l’acquisto di medicinali potenzialmente abortivi. Per questo molte organizzazioni hanno pubblicato vere e proprie guide su come aumentare il livello di sicurezza e privacy intorno alle proprie scelte: ritorno alla carta per registrare le date delle mestruazioni, blocco della geolocalizzazione nelle app, cancellazione della cronologia degli spostamenti e delle ricerche su Google, uso del browser in incognito o tramite una Vpn (rete privata virtuale).

Spesso le preoccupazioni riguardo alla privacy vengono liquidate con un’alzata di spalle,  “io non ho niente da nascondere”. Non è così: le libertà che oggi diamo per scontate potrebbero non esserlo più in futuro, e i dati che lasciamo dietro di noi potrebbero venire usati in modi che non ci piacciono affatto. Perciò dobbiamo aumentare la nostra attenzione alle regole sulla raccolta e l’uso dei dati personali, sia da parte delle aziende che da parte degli Stati, e continuare a impegnarci per difendere e ampliare i nostri diritti.

Come cancellare la cronologia di spostamenti e ricerche Vuoi controllare se Google ha memorizzato i tuoi spostamenti, ed eventualmente bloccarlo e cancellare i dati pregressi? Vuoi impostare la cancellazione automatica della tua cronologia di navigazione su Chrome? Questo articolo di Wired ti spiega come fare. bit.ly/CancellaCronologia

Un motore di ricerca molto privato DuckDuckGo è una app ed estensione di Chrome che consente di fare ricerche in modalità privata e criptata, senza salvarne la cronologia e bloccando il tracciamento.

Tag: diritti, database, cronologia, aborto

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