Il titolo di questo articolo riprende quello del tema di Veronica (nome di fantasia), all’epoca sedicenne. Un tema scritto in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, di cui ha parlato il quotidiano la Repubblica: «Tutto iniziò una bella giornata di agosto – ha scritto Veronica –, io avevo 6 anni e mia mamma aveva appena conosciuto un nuovo ragazzo. Ero al settimo cielo, morivo dalla voglia di conoscere quello che pensavo sarebbe stato il mio futuro padre». Il racconto prosegue descrivendo come la situazione familiare sia cambiata in peggio dopo l’arrivo del patrigno. Il tema è diventato per la giovane uno strumento di denuncia e di liberazione, trasformando un compito scolastico in un atto di coraggio straordinario.
Il 25 novembre si celebra la giornata contro la violenza sulle donne e i crimini di genere, una piaga della nostra società. Secondo l’ultimo report del ministero dell’Interno, aggiornato a settembre 2025, in Italia si registra un calo degli omicidi rispetto al 2024, sia complessivo sia con donne come vittime.
Tale diminuzione (da 91 a 73) non modifica tuttavia un dato di fondo che è ormai consolidato: le donne vengono uccise meno frequentemente degli uomini, ma, quando accade, avviene soprattutto in ambito familiare o affettivo e, nella maggior parte dei casi, per mano del partner o dell’ex partner.
Ogni giorno ci ritroviamo purtroppo in tv o sui giornali storie terribili come queste. Chi ha avuto il coraggio di denunciare diventa un esempio da seguire, come lo è stata Veronica con il suo tema. Associazioni e fondazioni, per fortuna, si impegnano a contrastare questo fenomeno e a dare un aiuto concreto a chi vuole uscire dall’incubo. La fonda zione onlus Doppia Difesa ha pubblicato alcune di queste storie. Eccone una: «Mi chiamo Luisa, passati i quarant’anni conosco un uomo di poco più grande di me che si mostra, da subito e poi per un lungo anno, come il migliore che avrei mai potuto incontrare. Perfetto nelle attenzioni, nella sintonia, pieno di carinerie verso di me e verso la mia famiglia, apparentemente senza strategie e secondi fini, desideroso solo di costruire una famiglia. Prima di vivere questa esperienza, quando leggevo di fatti di violenza, pensavo fossero un rischio lontano, qualcosa che non mi avrebbe mai toccato. Nei successivi cinque anni, mi sono invece ritrovata – giorno dopo giorno, quasi senza accorgermene – in una situazione trasformata. Ha cominciato a voler decidere solo lui e su tutto: sull’organizzazione familiare e dei fine settimana, e persino sulla gestione delle mie questioni economiche. Ho iniziato a sentirmi soffocata dalla sua gelosia. Mi ha isolato dalle mie amicizie, che criticava tutte, senza distinzioni, e metteva in cattiva luce e offendeva pesantemente anche i miei genitori, che sono stati sempre discreti e mai invadenti. Mi sentivo svilita, oltre che spaventata dalle accuse che mi rivolgeva e che nascevano, in modo pretestuoso, da futili motivi. Alla violenza verbale e psicologica è seguita quella fisica. Vivevo come dentro un frullatore in cui la mancanza di rispetto, la costante vessazione, l’atmosfera sempre tesa, la crescente violenza di offese, minacce di morte, gesti intimidatori, scossoni, botte era ormai una costante della vita quotidiana. Per me e per il bambino che era nato, nel frattempo.
La paura mi aveva pietrificato, ero cupa, immobile, silenziosa, soggiogata. Mi tenevo tutto dentro, sentivo il peso del segreto che portavo nel cuore, mi vergognavo tremendamente di tutto ciò che succedeva; ritenevo – sbagliando – di doverlo nascondere, per continuare a mostrare all’esterno un’immagine di perfezione: un marito e un padre modello, una coppia felice, una famiglia armoniosa. Tutto questo mi costava uno sforzo immenso, a poco a poco ho perso l’entusiasmo, l’energia, il sorriso. Mi sentivo in trappola: la paura e la mancanza di amor proprio mi hanno portata ad accettare cose inaccettabili. Ho capito che da sola non ne sarei uscita. Ho chiesto aiuto. Mi sono rivolta ai carabinieri per far uscire di casa mio marito e alla fondazione Doppia Difesa: dovevo spezzare le catene della sua manipolazione e della soggezione in cui vivevo. Così, persone competenti mi hanno accolto e ascoltato, facendomi prendere coscienza di quello che mi sta va succedendo e affrontarlo. La denuncia è stata un modo per uscire definitivamente dalle sabbie mobili del mio isolamento e della mia passività, per ritrovare la normalità di una vita senza violenza, e poter crescere mio figlio in un ambiente sano e sereno».
L’esempio de La Perla
Storie come queste purtroppo non hanno sempre lo stesso epilogo, ecco perché è importante tenere alta l’attenzione. A Coop Reno abbiamo chiesto di far indossare una spilla speciale a tutti i nostri colleghi e colleghe nella giornata del 25 novembre: è la spilla dell’associazione UnicheUnite, simbolo di resistenza e solidarietà. L’associazione è nata due anni fa, quando un gruppo di lavoratrici ha deciso di non arrendersi di fronte alla crisi che ha colpito La Perla, storica azienda bolognese. Davanti ai silenzi e allo spegnersi dell’attività creativa e produttiva, queste lavoratrici hanno scelto di non scomparire nell’indifferenza, decidendo di unirsi, di organizzarsi e lottare insieme. Così è nata l’associazione: per resistere, farsi sentire e non essere lasciate sole.
È una storia fatta di presidi, la loro, d’incontri pubblici, iniziative, ma soprattutto di determinazione collettiva. Una lotta portata avanti con intelligenza e coraggio, che ha saputo coinvolgere la città e creare
alleanze. Dopo quasi due anni di incertezze e preoccupazioni, il 1° ottobre scorso le luci dello storico stabilimento La Perla si sono riaccese. Le prime 165 operaie hanno varcato i cancelli di via Mattei, ritrovando il ritmo dei macchinari e il profumo dei tessuti pregiati. Tra gioia e commozione, le operaie hanno ripreso il loro lavoro artigianale. «Tornare qui oggi è come ritrovare un pezzo di vita che avevamo messo in pausa», ha raccontato una di loro. La ripartenza non riguarda solo macchinari e produzioni, ma le storie delle donne che per anni hanno costruito l’anima del marchio, confermando che il made in Italy non è solo qualità dei prodotti, ma anche dedizione delle persone che li realizzano. Il silenzio e l’indifferenza rimangono uno dei maggiori nemici di chi subisce volenza, ecco perché vogliamo che questa spilla, simbolo di resistenza e di solidarietà – sagome di donna ritagliate da scarti di pizzo e resina, che si tengono per mano formando un cuore – sia un richiamo forte di unione, per ricordare a tutti quanto Coop Reno sia attenta a questi temi.
Torno al titolo dell’articolo e del tema di Veronica: “Occhi piccoli che videro molto” è diventato, per la giovane, uno strumento di denuncia e di liberazione, trasformando un compito scolastico in un atto di coraggio straordinario. Il racconto di Veronica inizia con ricordi apparentemente innocenti di una infanzia segnata dall’arrivo del patrigno. Nel corso del tema, la giovane descrive la trasformazione di quella figura familiare da presenza apparente mente protettiva a fonte di abusi e paure. Gli insegnanti, colpiti dalla profondità e dal tono drammatico del testo, l’hanno subito convocata comprendendo che si trattava di una denuncia reale.
Grazie a quell’iniziativa, Veronica ha potuto parlare apertamente e per la prima volta, avviando un percorso di denuncia e tutelando anche la madre e i fratelli. «Scrivere mi ha permesso di sentirmi libera, di far uscire la paura che tenevo dentro da anni», ha raccontato agli operatori sociali. Oggi Veronica è impegnata in una causa legale contro l’uomo che l’ha abusata, determinata a ottenere giustizia e a proteggere la propria famiglia. La sua vicenda ha suscitato attenzione a livello nazionale. La sua storia sottolinea anche l’importanza degli insegnanti e della scuola nell’individuare situazioni di abuso. L’educazione diventa così un ponte verso la protezione di chi è a rischio di violenza, e la voce dei giovani può finalmente farsi ascoltare.
Ancor più dopo che la commissione Cultura della Camera ha vietato l’educazione affettiva nelle scuole secondarie di 1° grado. Coop sostiene la proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto a stare bene“, una legge per promuovere l’istituzione di un servizio nazionale pubblico di psicologia nelle scuole, obbligatorio e permanente, strumento di prevenzione contro la violenza di genere.
Per sostenere il diritto alla salute mentale come bene pubblico, accessibile a tutti, è possibile firmare online. Basta accedere a dirittoastarebene.it/ , con Spid, e in pochi minuti registrare una firma che è anche un modo per aiutare tanti “piccoli occhi”, che non vediamo, affinché non debbano più assistere o subire direttamente violenza.
Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop
