Ogni festa – in tutte le società, in tutte le culture – si è sempre celebrata mangiando insieme, in modo più curato e con maggiore abbondanza del solito. Per secoli questo rito collettivo è servito a esorcizzare la paura della fame, che condizionava ogni espressione della vita quotidiana. Giorni come il Natale, festa per eccellenza, a tavola segnavano il trionfo della carne, forse per la carica “sacrificale” che essa possiede sin dall’antichità, forse (più semplicemente) perché la carne è stata per lungo tempo il desiderio più represso, il più difficile da soddisfare per i ceti meno abbienti.
L’endemica fame di carne (consumata, invece, in modo sovrabbondante presso le classi alte quale segno di prestigio e di potere) era come esorcizzata nei giorni di festa, quando tutti la ricercavano e addirittura la ostentavano.
Il convivio nel Paese di Cuccagna
Formidabile la testimonianza di Wolfgang Goethe, che nel 1787 è a Napoli e così racconta la sua esperienza: “Qui le feste di Natale sono rinomate come giorni di banchetto. In questo periodo la città si trasforma in un enorme Paese di Cuccagna. I commestibili sono sospesi lungo le strade, si vedono grandi corone di salsicce legate con nastri rossi, i tacchini portano sul sedere una banderuola rossa, un gran numero di asini carichi di erbaggi, capponi, capretti percorrono la città e il mercato”. Tutti mangiano molto e soprattutto molta carne, ma c’è di più: tutti devono sapere quanto sta accadendo, perché ogni rituale per funzionare deve essere mostrato e comunicato. Continua Goethe: “Non basta che tutti questi cibi siano divorati: ogni anno un ufficiale della polizia percorre a cavallo la città, accompagnato da un trombettiere, e annuncia in tutte le piazze e in tutti i crocchi quante migliaia di buoi, di vitelli, di capretti, di agnelli, di maiali i napoletani hanno consumato”. Ufficiali e trombettieri per proclamare ad alta voce: quanto abbiamo mangiato! Quanto siamo stati bravi! Difficile trovare un’immagine più efficace per rappresentare il valore esorcistico e propiziatorio di queste mangiate.
Il convivio è mangiare insieme
Ha ancora senso, oggi, nella società dei consumi assicurati e spesso troppo abbondanti, celebrare la festa con una grande mangiata? Si direbbe proprio di no: forme nuove di rapporto col cibo, improntate a una maggiore serenità, hanno sostituito le antiche ossessioni e non è certo il caso di piangerci sopra. La convivialità resta il modo più efficace per farsi gli auguri, mangiare insieme è sempre un valore fondamentale di ogni comunità. Ma il tempo delle abbuffate, inconcepibile senza il tempo della fame, è fortunatamente lontano. Pellegrino Artusi, nel dare la ricetta dei “Cappelletti all’uso di Romagna”, evoca le imprese di certi “eroi” che nel giorno di Natale “si vantano di averne mangiati cento; ma c’è il caso però di crepare, come avvenne ad un mio conoscente”. Noi commenteremo, sulla scorta di Bertolt Brecht: beato il paese che non ha bisogno di eroi.
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