Qui lo chiamano “l’ospedale di tutte le guerre”: accoglie pazienti provenienti dai principali contesti di conflitto del Medio Oriente e della regione. Non solo da Gaza, ma anche dallo Yemen, dall’Iraq, dal Sudan e dalla Somalia… L’ospedale chirurgico ricostruttivo di Medici Senza Frontiere ad Amman, in Giordania, è nato nel 2006 e in queste stanze la guerra la vedi dovunque. Nei corpi segnati dalle ustioni, negli arti amputati, nelle cicatrici profonde. Ma vedi anche la resilienza, il coraggio, la voglia di vivere. La possibilità di ricominciare.
Per dare forza a realtà come questa lo scorso anno è nata #CoopforGaza, la campagna Coop a sostegno dei centri medici e degli ospedali da campo che MSF ha continuato a mantenere operativi dentro e intorno alla Striscia di Gaza, nonostante i bombardamenti incessanti. La campagna ha permesso di stanziare 643 mila euro (500 mila iniziali da parte di Coop, a cui si sono aggiunte le donazioni di soci e consumatori) per soccorsi sanitari. A febbraio, un paio di settimane prima che la nuova guerra esplodesse in Iran, una delegazione di Coop è andata a Amman per condividere il senso e i risultati di questo impegno e la realtà di questa struttura, incontrare le persone, i medici e i pazienti che fanno dell’“ospedale di tutte le guerre” un esempio di umanità, impegno, coraggio e resilienza. Ecco quello che hanno visto.
Tornare alla vita quotidiana
Oggi l’ospedale di Amman ospita circa 250 pazienti, su una capacità massima di 280; in 20 anni, ha eseguito 20 mila operazioni. Si occupa di persone ustionate, amputate o che abbiano bisogno di chirurgia ricostruttiva, con trattamenti di tipo ortopedico, di chirurgia plastica e maxillo-facciale. Un reparto interno costruisce con stampanti 3D protesi e strumenti utili per tornare a compiere gesti semplici.
I pazienti – racconta lo staff – restano in media più di tre mesi, perché l’offerta di cura è completa e il percorso terapeutico è su misura: l’intervento chirurgico è integrato da un percorso di fisioterapia, supporto psicologico e terapia occupazionale. L’obiettivo delle cure non è soltanto salvare o ricostruire una parte del corpo, ma permettere alla persona di tornare alla vita quotidiana: tagliarsi le unghie, giocare a palla, pelare le patate.
Bambini e famiglie
Quando il paziente è un bambino, spiegano gli operatori, arriva accompagnato da tre o quattro familiari: solitamente la madre, ma se la madre è morta in guerra può essere il padre, un fratello, o altri parenti a prendersene cura. L’ospedale si occupa non solo dei pazienti, ma anche delle loro famiglie. «Chi arriva da Gaza resta qui anche per più di un anno – raccontano -. C’è una bambina arrivata appena nata: oggi ha 2 anni. Ha praticamente sempre vissuto in ospedale: corre per i reparti, insieme ad altri bambini, come se fosse nel giardino di casa».
Una scuola vera
Nel giardino dell’ospedale, tra i reparti e le sale operatorie, c’è un piccolo container: è una scuola, vera. In quello spazio accogliente, un insegnante tiene lezioni ai pazienti ricoverati, ma anche ai fratelli e alle sorelle che li accompagnano. La guerra interrompe i percorsi, cancella mesi, a volte anni di apprendimento. Alcuni dei pazienti sono stati feriti mentre erano in classe. Le loro scuole sono state bombardate. Quel posto che dovrebbe significare crescita e futuro, per loro è diventato teatro di guerra. Qui si prova a restituire alla scuola il suo significato – dicono da Msf – : trasformare un luogo associato al dolore in uno spazio sicuro, di apprendimento e fiducia.
Ex pazienti che curano
Il 98% dello staff è giordano, e spesso ha origini palestinesi; una piccola parte arriva dall’Iraq o da altri paesi: l’équipe è composta da medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi, psichiatri, mediatori culturali, operatori sociali. E anche da ex pazienti. Quando hai subito un’ustione in un contesto di guerra – spiega Msf – e sei stato curato qui, sai meglio di altri come affrontare le difficoltà. Per questo molti ex pazienti affiancano chi è appena arrivato, non solo sul piano emotivo ma anche pratico. Si chiama peer therapy. Durante la visita, una ragazza ustionata che aveva perso una mano insegnava a un’altra donna, che aveva da poco perso un braccio, a cucire.
Le bimbe che ballano
Durante la visita all’ospedale c’è stata la festa, con musica e balli, per presentare ai pazienti i corsi che l’ospedale offre per imparare un nuovo mestiere o tornare a svolgere il proprio. Ballavano tutti: con le stampelle, ustionati, senza un braccio. Anche due bimbe.
«Una ha circa 6 anni, è di Gaza – ha spiegato il direttore dell’ospedale, Roshan Kumarasamy -: era nella tenda con tutta la famiglia quando è stata incendiata. È l’unica sopravvissuta. Ora è qui con i nonni. L’altra bambina è poco più grande: era in casa con la famiglia quando l’abitazione è stata bombardata. È sopravvissuta solo lei. Il padre era al lavoro ed è l’unico rimasto, ora è con lei in ospedale». Ballavano, insieme, con tutto il loro dolore e il loro coraggio.
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