Sono circa le 8,30 del mattino quando il nostro pulmino imbocca la strada in salita, una delle tante di questa citta che nasce su 19 colli tra costruzioni moderne, ma anche roccia e sabbia del deserto che il vento deposita su ogni cosa. Percorriamo circa 100 metri e ci fermiamo davanti alle porte di vetro dell’ospedale. Mentre scendiamo vedo due donne sedute sul marciapiede che parlano con due ragazzi, entrambi portano le stampelle. Uno di loro ha una gamba da cui spuntano ferri, l’altro una specie di scarpone nero che fa solo intravedere le dita dei piedi. Sul muro la scritta in arabo e il simbolo di Medici Senza Frontiere. La scritta indica dove siamo arrivati: Ospedale di Amman, in Giordania. ≪Noi lo chiamiamo “l’ospedale di tutte le guerre”≫, racconta Laura Perrotta, una delle referenti di Medici Senza Frontiere che ci accompagna in questo viaggio. Ho dovuto pensarci su prima di accettare l’invito di Msf di vedere come sono stati investiti i 620 mila euro raccolti e donati dalle cooperative di consumo lo scorso settembre. Ho dovuto pensarci perché non sapevo se i miei occhi e il mio cuore sarebbero stati pronti a vedere che cosa significa essere “un ospedale di tutte le guerre”. Alla fine, mi sono fatto coraggio perché credo sia giusto rendere conto ai soci, ma anche ai colleghi e alle colleghe, di quanto e stato fatto. Tra i valori cooperativi c’e la trasparenza, quella che ci spinge a verificare dal vivo una donazione fatta grazie a chi e socio e frequenta i nostri negozi.
Ricostruire anima e corpo
Varchiamo le porte di ingresso dell’ospedale e ci accolgono il direttore Roshan, Amira che e la responsabile clinica dell’ospedale e Charlotte che e a capo della comunicazione. Mentre ci registriamo vedo due bambini che si rincorrono, mentre un uomo cammina con il braccio bendato e sul volto ha una specie di maschera di plastica trasparente. Ioana Fumagalli di Msf mi racconta: ≪Una mattina mi sono svegliata e mi sono detta che non possiamo rimanere inerti di fronte alle immagini che arrivano da Gaza. Contattiamo tutte le aziende che hanno rapporti con noi, mi sono detta, e proviamo a chiedere aiuto. Mi sentivo che sarebbe stato il giorno giusto. E infatti dopo qualche ora arriva la chiamata di Silvia (Silvia Mastagni, la responsabile comunicazione di Ancc/Associazione nazionale cooperative di consumatori, ndr), che dice “Noi siamo pronti ad ascoltarvi e ad aiutarvi”. E ora eccoci qua≫.
Attraversiamo i corridoi tra i pazienti e ci fermiamo a parlare in una stanza. Il direttore ci racconta in inglese perché viene chiamato l’ospedale di tutte le guerre: ≪Qui vengono pazienti dallo Yemen, dalla Siria, dall’Iraq, dal Sudan, e ovviamente da Gaza. Questo e un ospedale di ricostruzione, sia fisica che mentale. Qui cerchiamo di ricostruire, con operazioni e protesi, quello che le bombe e le armi hanno distrutto. Ma cerchiamo di ricostruire anche l’anima e la mente di queste persone. Oggi incontreremo diversi pazienti, molti dei quali hanno meno di 18 anni. Capirete dalle loro storie perché parlo di ricostruzione della mente≫.
Team per ottenere di più
Amira, di origini libiche, e come detto la responsabile clinica dell’ospedale: ≪In questo momento – spiega – abbiamo circa 250 pazienti, che in media rimangono qui almeno 3 mesi. Ci vuole tempo per le operazioni e per imparare eventualmente a usare nuovi arti. Spesso anche il momento in cui escono da qui e difficile: per alcuni e l’unico luogo in cui sentirsi sicuri. C’è chi torna a casa, altri non hanno più un posto dove andare. Ma seguiteci, vogliamo farvi vedere da vicino come funziona il nostro lavoro≫.
Entriamo nella sala di riabilitazione. Il responsabile di questo reparto e un uomo alto e corpulento. In lui e in molti dei medici che incontriamo si vede chiaramente, nonostante siano felici di accoglierci e di raccontarci la loro vita, la stanchezza impressa sul viso. Il medico ci spiega quanto sia importante la forza d’animo nella riabilitazione. Vedo una scritta sul muro, TEAM: e una parola che conosciamo tutti, significa letteralmente “squadra”. Loro hanno aggiunto a ogni lettera una parola per cui e diventata l’acronimo di “Together Everyone Achieves More” che tradotto significa “Insieme otteniamo di più”. E un modo per valorizzare il ruolo di ciascuno, sia esso medico o paziente.
Le bende alla parete
Mentre continua il racconto di quello che si fa in quella stanza, vedo una fotografia incorniciata alla parete. Lo riprendo con il mio cellulare. Il medico vede il mio gesto e sorride, dicendomi: ≪Quella in fotografia e una tecnica che utilizziamo per la riabilitazione. Come vedi, la mano ha delle bende elastiche che coprono la pelle bruciata dall’esplosione, che complica e a volte impedisce i movimenti dei tendini. Quella foto rappresenta bene il nostro orgoglio per essere riusciti a migliorare le tecniche di riabilitazione≫.
Ci spostiamo in un’altra stanza, dove c’e un bambino seduto con un tutore blu alla mano. Sta facendo esercizi, come se dovesse riacquistare forza alle dita, eppure non si vedono segni di ferite. Nel frattempo, il responsabile ci racconta che cosa fanno in quel reparto. Sulla parete, con dei palloncini c’e la scritta “Occupational therapy”, letteralmente terapia occupazionale. Il senso più profondo di questa frase e che qui si cerca di aiutare le persone a fare le cose delle vita quotidiana, anche quelle che fanno parte del proprio lavoro. In un angolo ci sono dei rubinetti, degli interruttori della luce, delle maniglie di porte: oggetti che servono proprio a riacquistare dimestichezza con i gesti che noi tutti diamo per scontati, ma che non lo sono più se non si possono usare le mani come prima.
Sull’altro tavolo ci sono molti oggetti che visibilmente sono stati creati ad hoc per essere integrati in qualche protesi. Ognuno con una funzione specifica: un accessorio per un cuoco che ora non riesce più ad aprire i barattoli, un altro per farsi la barba, un pelapatate per le donne, perché le patate sono uno dei cibi più comuni da queste parti, anche perché non riuscire a pelarle e frustrante e doloroso, forse più delle ferite fisiche. Il responsabile di reparto ci mostra una specie di silicone riscaldato nell’acqua che permette di personalizzare il tipo di utilizzo per ciascun paziente. Chiediamo che cosa e successo a un bambino ferito. Si chiama Yousef e viene da Gaza. ≪Ha 13 anni, e stato colpito da una pallottola al braccio che gli ha lacerato alcuni legamenti. I movimenti che gli facciamo fare servono a riabituarlo e ad aumentare la forza della mano≫.
Maschere e fili
Entriamo nel reparto 3D. La dottoressa ci illustra come nascono concretamente le protesi personalizzate. Ci fa vedere delle maschere trasparenti, spiegandoci che per gli interventi sul viso una volta si usavano delle bende per la ricostruzione della pelle dopo i trattamenti. Senonché ci si e resi conto che il viso coperto con le bende modificava a tal punto la fisionomia di una persona da farle perdere la propria identità, con la conseguenza che il percorso di riabilitazione cosi risultava molto più difficile. Con la maschera trasparente, ovviamente, il viso resta deturpato dalle ferite, ma il paziente si sente ancora se stesso.
Entriamo in una sala dove troviamo Aisha che viene dallo Yemen. Non riusciamo a darle un’età precisa, poiché indossa il balto, un cappotto pesante invernale, e lo sharshaf, il vestito nero sopra i vestiti. Ma dovrebbe avere tra gli 11 e i 15 anni. Aisha sta giocando a carte con la sua educatrice medica. Le tiene in mano grazie a una protesi fatta apposta per lei, che ha perso la sinistra per una bomba che le ha bruciato anche tutto quel lato del viso. Aisha ha chiesto di avere una nuova mano per continuare a giocare a carte con la sorella, quando tornerà a casa. Ora e contenta di farci vedere com’e brava a usare il suo nuovo arto.
Aisha ci sorride, con un sorriso che si irradia sul suo volto ustionato. Poi ci fa vedere un’altra cosa. Prende un tamburello di cotone dove sta ricamando un fiore: le hanno realizzato, infatti, un accessorio che, attaccato alla mano, le permette di tenere la rocchetta del filo colorato usando l’altra mano per cucire. ≪Quando tornerò a casa – spiega – mio fratello si sposerà e gli sto preparando il mio regalo≫. Vi assicuro che e difficile far capire a parole il significato di quel suo sorriso mentre ci dice queste cose. Provate a immaginare una cosa bellissima e allo stesso tempo un “retrogusto” di una tristezza infinita: e questa la sensazione che mi accompagna mentre mi chiedo che cosa ha fatto di male, quella bambina, per meritarsi tutto ciò.
Dietro una semplice tenda
Stiamo per uscire dalla stanza, quando la dottoressa ci ferma. Ci dice di aspettare. Tira la tenda che avevamo visto chiusa all’entrata. Dietro sentivamo ogni tanto dei rumori e immaginavamo che ci fossero altre persone intente a lavorare.
Ma dietro la tenda appare una scena che non avremmo mai voluto vedere: su un seggiolino e seduta una bambina. Non ha più di 6-7 anni, occhi marroni, treccine castane, due spille rose a fermarle i capelli, il braccio sinistro alzato verso l’alto: la mano non ce l’ha più, si vede solo la pelle cucita. Un dottore sta facendo lo scanner biometrico del suo braccio, perché ogni protesi va realizzata su misura. Lei ci guarda ma non sorride, e spaventata. Il papa che le sta accanto si avvicina per darle una carezza… E la carezza che avremmo voluto darle tutti noi, che assistiamo a quella scena con il cuore in gola. Non ero pronto per vedere tutto ciò, mi dico e mi sento pervadere da un senso di rabbia per le ingiustizie della vita e per le atrocità della guerra. Di tutte le guerre. Il dottore ci racconta che la bambina viene dalla Siria, un altro conflitto che genera da anni morte e dolore. Mi rendo conto, mentre passiamo da un reparto all’altro, che ogni medico che assiste un paziente lo fa sempre con il sorriso. Sono uomini e donne di Medici Senza Frontiere che con grande competenza e professionalità cercano di aiutare, ognuno per il proprio ruolo, persone vittime di guerra. Lavorano e sono sorridenti, ma il direttore ci spiega che una delle due difficolta più grandi da superare sta proprio nella salute mentale del loro staff medico: sebbene siano operatori sanitari, sono messi a dura, durissima prova da quello che vedono ogni giorno.
L’altro aspetto con cui devono lottare e la diffusione della resistenza agli antibiotici. Anche in Italia ne stiamo iniziando a parlare da un po’ di tempo a questa parte. Prendere antibiotici anche per il mal di gola sta diffondendo una maggiore resistenza dei batteri nocivi alla salute. Se può essere un problema per noi, figuriamoci in un ospedale come quello di Amman dove ogni operazione presenta un elevato rischio di infezione. ≪Stiamo provando dei nuovi antibiotici, ma vedi questa boccetta cosi piccola? Può costare più di 500 euro! Diventa impensabile, con questi costi, poter curare tutti≫.
La scuola del futuro
Ci chiamano per uscire dall’ospedale e spostarci nel cortile interno, dove ci sono dei palloncini in un angolo. Si stanno radunando in tanti, forse per qualche anniversario speciale, penso. Una ragazza ci viene incontro e ci fa entrare in un container dove campeggia la scritta in inglese e in arabo, che tradotta significa “Scuola del futuro”. Entriamo e vediamo un tavolo grande e un monitor al centro del container. A sinistra invece c’è un tavolo più piccolo tutto colorato con alcune minuscole sedie, adatte a bambini molto piccoli. ≪Cerchiamo di farli scrivere e di tenerli allenati con un po’ di scuola. Tenete conto che spesso i pazienti vengono accompagnati anche da due o tre famigliari, spesso da altri bambini insieme alla mamma. Abbiamo costruito per alloggiarli una struttura qui vicino. Vengono a fare visita ai loro cari e, non potendo andare a scuola per diversi mesi, i bambini rischiano di dimenticarsi di come si fa scrivere e studiare≫. Prima di uscire da questa classe molto particolare, noto una portatarghette con la scritta “Compleanni”. Sotto ogni mese c’è una targhetta a forma di cuore messa da un bambino della classe. Sono davvero tante, e pensando al motivo per cui sono li, sono troppe!
Mentre siamo all’interno della scuola iniziamo a sentire una musica e canti tipici di questa zona. Echeggiano i tamburi e si ode una specie di cornamusa che loro chiamano Qirba. Charlotte spiega che e la giornata del “Vocational training”, un giorno cioè in cui mestiere. Alcuni, infatti, non possono più tornare a fare quello che facevano prima, e cosi dedicano un giorno al mese a cimentarsi in un nuovo possibile mestiere. Questa giornata e anche l’occasione per una ripartenza, per cui si suona e si balla un po’ tutti.
I pazienti pian piano scendono in cortile dai vari piani dell’ospedale, quel cortile che raccoglie e mette insieme gli effetti di guerre diverse tra loro ma altrettanto tragiche. Piu della meta dei pazienti porta le stampelle e ha meno di 18 anni. Ci sono anche alcuni uomini adulti. Vedo molte fasciature, molte bende, molte facce che portano i segni del fuoco delle esplosioni. Tutti ci guardano con curiosità. Ai loro occhi siamo degli stranieri. Al microfono ci presentano e raccontano che siamo di Coop, che li abbiamo aiutati. Qui parte l’applauso. Ricomincia, poi, la musica.
Il ballo dei pazienti
Quattro bambine avvicinandomi mi dicono qualcosa in arabo che non capisco. Un medico me lo traduce in inglese: ≪Ti chiedono se vuoi ballare con loro≫. Sorrido e allungo le mani, mi coinvolgono in un istante nel loro girotondo. Sono sorelline di altri pazienti e per loro ogni momento di gioia e come immaginare di essere in un posto sereno, anche se di sereno qui non c’e molto. Mentre ballo mi guardo intorno e anche altri pazienti stanno ballando. C’e un uomo con una gamba da cui escono 4-5 ferri, segno evidente di un’operazione complicata, ma che anche con una stampella prova a ballare. I suoi occhi, come quelli di molti in quel cortile, sono di sfida alla vita, occhi di rinascita, non di rassegnazione.
Ci chiedono di tagliare il nastro per inaugurare il container in cui s’insegna qualche nuovo lavoro. Maura Latini, presidente di Coop Italia, taglia con loro il nastro ed entriamo nel nuovo spazio, dove questo mese si impara a fare la parrucchiera o truccare, cosa molto importante per coprire almeno in parte i segni di ustione sul viso.
Supporto mentale
Terminata la musica ci offrono dei dolcetti. Rispondo di no, ≪meglio che li mangiate voi≫. Un ragazzino mi guarda e insiste. Capisco, allora, che anche quello e un modo per dirci grazie e accetto volentieri perché la riconoscenza e anche farsi dire grazie. Le bambine con le quali ho ballato salgono su un bus che le riporta ai loro alloggi fuori dall’ospedale. Salutano dai finestrini, sorrido e rispondo con la mano come si fa alla partenza di un amico o di un parente alla stazione. Perché anche pochi minuti di un girotondo possono legarti a persone che fino a poco prima erano del tutto sconosciute.
Mentre il cortile si svuota, vedo Charlotte che si commuove. Racconta che nel pomeriggio ha parlato di nuovo con Mair, una donna di Gaza venuta qui con il figlio a cui dovevano amputare una gamba che i medici sono riusciti a salvare. Ma nello stesso giorno della operazione sventata un altro suo figlio era morto a Gaza: dalla gioia per uno, alla tragedia per l’altro. ≪Spero di tornare a casa presto: ho bisogno di piangere sulla sua tomba≫, ha detto.
Risaliamo al 6° piano dove ci accoglie il team di supporto mentale. Sono in 6, alle pareti ci sono tanti disegni che raccontano le storie di alcuni dei loro pazienti. Layla e uno dei medici che aiutano a superare le ferite del cuore e della mente. Ci racconta che ≪alcuni si sentono in colpa per essere sopravvissuti, altri hanno perso diversi componenti della famiglia, ed essendo magari rimasti gravemente feriti, si chiedono che senso abbia la riabilitazione senza avere più i propri cari≫.
Layla, rispetto agli altri medici, ha qualcosa di speciale: anche il suo viso e ricoperto da bruciature, anche lei e una vittima della guerra e cerca, ora, di portare la sua esperienza in aiuto agli altri. Chiedo se possiamo fare una foto di gruppo perché voglio ricordare i volti di queste persone speciali, che non a caso in diversi disegni appesi alle pareti appaiono come angeli terreni.
Voglio raccontarvi un’ultima storia tra quelle che ho ascoltato: passa un chirurgo, ci saluta, ma si vede che e turbato. Amira dice che e la prima volta che lo ha visto piangere. Proprio ieri ha dovuto spiegare a una bambina che purtroppo le devono amputare una gamba. Spiegarlo a un adulto e difficile, ma a una bambina è devastante. Questa volta lo e stato ancora di più perché lei lo ha guardato e gli ha detto: ≪Ho capito, ma ti chiedo un favore. Alla fine del Ramadan si fa sempre una festa a casa mia e la mamma mi aveva regalato due scarpette nuove per la festa: pensi che sia possibile rinviare l’operazione a dopo quel giorno? Mi piacerebbe indossarle un’ultima volta≫.
Una spesa per la pace
Insieme e a me ci sono i colleghi di altre cooperative e del consorzio nazionale: Maura, Daniela, Mimmo, Simone e Vincenzo. Mi scuseranno se li chiamo per nome e non in maniera formale, ma oggi siamo qui non solo a rappresentare milioni di soci Coop italiani. Siamo qui anche come persone che cercano di testimoniare quello che abbiamo visto, portando il nostro affetto e la nostra stima a chi, come Medici Senza Frontiere, cerca di cambiare in meglio questo mondo che diventa ogni giorno più brutto, percorso da guerre che si moltiplicano invece di cessare.
Il racconto di questa giornata e di questo viaggio l’ho scritto mettendo al centro le emozioni che ho provato. Non so se i nomi dei pazienti siano davvero tutti reali, perché ci hanno spiegato quanto la privacy sia importante nell’ospedale. Ma al di la dei nomi, non scorderò mai quello che ho visto. Ho cercato di raccontare questa giornata perché vorrei che ciascun socio e socia, cosi come ciascun collega si renda conto che e anche grazie alla spesa quotidiana fatta nei nostri negozi – e all’ impegno che mettiamo nel nostro lavoro in cooperativa – che rendiamo fattibile questo tipo di aiuto. Una spesa per la pace, mi viene da dire. Come dice il cartello TEAM attaccato a un muro, “Noi, insieme, otteniamo di più”.
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