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Quanti debiti nel calcio dei ricchi

Quanti debiti nel calcio dei ricchi

Nel nostro paese lo sport più popolare sta vivendo una fase di declino tra straportere delle Tv, bilanci in rosso e risultati che non arrivano

Che il calcio non sia più una cosa seria, governato da leggi diverse da quelle dello sport, o che sia diventato una cosa troppo "seria", ingestibile e rischiosa, dipende se lo si giudica col metro del tifoso o con il portafogli di un presidente di club. Partiamo dal primo. Un tempo si recava allo stadio alle due del pomeriggio, maglietta e cappellino e la felicità di identificarsi con l’Inter di Suarez o il Cagliari di Gigi Riva. La sua era una "fede" sentita, cresciuta nei cortili o all’oratorio tra campanili e bandiere che, almeno per lui, significavano qualcosa.
Oggi che non si sa più in quale giorno si giochi e a quale ora, dove si sia accasato Ibrahimovic, quale maglia la Juve indossi in trasferta e nemmeno – quel che è più grave – se i goal siano autentici o truccati dal totoscommesse, l’urlo rimane strozzato in gola. O si trasforma in urlo di rabbia. Alla fede subentra lo sconforto, appassionarsi al pallone è diventato un esercizio per fegati forti. Siamo in crisi, poveri anche di calcio. Dopo aver primeggiato nel ranking Uefa dal 1988 al 1999 (con l’eccezione del 1990), ora abbiamo perso il diritto a un posto in Champion’s League: scendono da 4 a 3, quest’anno, le italiane ammesse. Non succedeva da 12 anni. Noi, ex campioni del mondo… Ma non è solo una questione di risultati.
Il pallone gira storto da qualunque parte lo si guardi, vicino a bucarsi già prima del clamoroso slittamento di inizio campionato: debiti, contratti non firmati, scarsa capacità imprenditoriale, partite che si moltiplicano a dismisura (380 di solo campionato) per soddisfare le voglie del padrone, cioè le pay-tv, che da contratto sostengono la baracca pompando il 42% dei ricavi della serie A (dati 2010). Sky, la regina, da sola garantisce i 2/3 degli introiti del campionato. Si gioca ogni due giorni per garantire la diretta, le rose si gonfiano, per ogni calciatore che va in campo 4 sono esuberi e il sindacato protesta, mentre le società devono rientrare dai debiti da loro stesse creati. Ma quale tarlo c’è che rode alla base il sistema? Il tarlo del denaro ha rovinato il "gioco più bello del mondo". Il denaro che non basta mai. A quelli del cappellino, oggi dell’abbonamento a Sky e Premium, non è rimasto che accendere e assistere allo spettacolo. Perché fuori dagli stadi non contano nulla, e dentro si sentono sempre più degli ultrà.

I giochi sono altri
Come fare, del resto, a rimanere attaccati a una squadra se, al termine di un anno vissuto con trepidazione, a stabilire la permanenza in A, in B o in C1 sono la giustizia civile o sportiva, uno scandalo, una mancata fideiussione, i mancati pagamenti degli stipendi ai giocatori, irregolarità nei versamenti di Irpef e contributi, ritardi d’iscrizione ai tornei, punti di penalizzazione e ripescaggi. O, peggio ancora, debiti, insolvenze, fallimenti? Le partite (e i campionati, come quello del 2005/2006, riassegnato definitivamente all’Inter solo lo scorso luglio) non si vincono più sul campo e comunque non al 90°. Si vincono dove c’è maggiore forza di attrazione verso i grandi capitali finanziari (americani, russi, arabi, ecc.). Dove c’è una organizzazione del sistema più efficiente. Dove regna il professionismo e non è l’isteria a governare le società. E ciò si verifica più spesso all’estero, con il pallone nostrano ridotto a Cenerentola d’Europa.
E siamo arrivati, così, al secondo nodo, quello dei presidenti di Club. Sorvoliamo sulla competenza e sulle capacità manageriali che pure c’entrano, e sforziamoci di guardarla dalla loro parte. Se un imprenditore oggi rileva una squadra impegnata nelle serie minori, è sicuro in partenza di rimetterci mediamente 1,7 milioni di euro all’anno se è in C1, 1 milione se è in C2. Che fa, allora, se è onesto? O ci rinuncia o mette in piedi (come ha fatto la Spal in C1) un parco fotovoltaico per pagare gli stipendi ai giocatori. Se, invece, s’imbarca nei blasonati tornei di serie A o B per avere un’angolo nei salotti buoni, prima deve vedersela con le lobbies, i complotti, le dispute per i diritti televisivi (sbilanciati a favore dei club più grossi), gli stadi vuoti (che costano e non rendono), i deficit periodicamente ripianati (da chi è in condizioni per farlo), regole non da tutti condivise (l’ultima è il fair play finanziario di Platini, che parte quest’anno).
A tutto ciò assistiamo, a un calcio stretto nella morsa dell’austerity e di una crisi che è di risultati, di gioco e soprattutto di credibilità. Si fa fatica a trovare un acquirente della Roma (la cordata Usa di Thomas Di Benedetto) per una cifra alla quale, in Spagna, hanno comprato una squadretta di provincia come il Malaga. 

Continente in rosso
Se l’Italia è all’impasse, nel vecchio continente il quadro è articolato con un denominatore comune: sono stati, fin qui, i capitali di mecenati o plutocrati venuti "da altri pianeti" a determinare le classifiche, molto più degli schemi di gioco o delle decisioni arbitrarli. Per non parlare della moralità nella gestione dei budget. E i capitali lasciati liberi, dove s’incanalano? Là dove le cose funzionano meglio e ci sono maggiori garanzie. Un po’ come i bond. In mezzo al mare di debiti accumulato dalle principali leghe calcio europee, qualcuno che può esibire ricavi in crescita però c’è. È la Premier League inglese, che pur essendo la più indebitata (3,9 miliardi di euro) ha raddoppiato gli introiti negli ultimi 10 anni grazie a un’organizzazione capace di convogliare i dollari americani (Liverpool e Manchester United, quest’ultimo maglia nera d’Europa con 816 milioni di debiti al passivo), i rubli dei russi (Chelsea e mezzo Arsenal) e i petrodollari arabi (Manchester City). C’è da dire che una quota consistente degli indebitamenti in questi paesi è imputabile a investimenti nelle infrastrutture sportive (stadi, ecc.) e nei vivai, mentre l’Italia (2,3 miliardi di debiti) dopo aver perso il treno dei mondiali del Novanta non ha saputo investire né nei giovani, né nelle infrastrutture, lasciandosi divorare dagli ingaggi ai calciatori che rappresentano i ¾ del fatturato contro una media europea di poco superiore al 50%.
I club della serie A, nel 2009/2010, hanno generato un fatturato di 1,5 miliardi in discesa rispetto all’annata precedente (1,6 miliardi), ma in positivo cala anche l’indebitamento finanziario netto, passato da 600 a 500 milioni (33%). Per trovare un esempio di oculatezza bisogna rivolgersi però ancora una volta all’estero. Alla Bundesliga. Da una recente indagine (PricewaterhouseCoopers) che analizza i diversi indicatori finanziari delle principali leghe europee, i tedeschi risultano i più virtuosi con debiti contenuti al 6% del fatturato. Nei loro stadi iI biglietto costa mediamente 20 euro e la fiducia nei giovani è praticata (25 anni l’età media dei giocatori) come del resto in Croazia. Poi ci sono i cugini francesi. Stanno dietro di noi, si dirà. Non è detto, poiché il loro è uno dei tornei con maggiori spazi di crescita. Adesso il Paris Saint Germain di Leonardo e Pastore, rinvigorito dal denaro fresco di una società del Quasar, può sognare. O per meglio dire, pianificare. Perché oltre ad averli, o a non averli, bisogna anche saperli far fruttare i denari. Come sanno fare i vincenti, gli spagnoli, che trionfano ovunque pur correndo col peso di enormi debiti (3,5 miliardi di euro) sulle spalle. Sono 21 le squadre iberiche in rosso. E ogni tanto qualcuna affonda. Non così il formidabile Barcellona (pur gravato da un deficit di 311 milioni, pari a quello di tutta quanta l’Nba di basket) e l’ambizioso Real Madrid (– 337 milioni) che si difendono producendo enormi fatturati e ricavando, solo ai diritti televisivi, 280 milioni di euro in due. Finché la "barca" va…
I cordoni della Borsa
E le squadre italiane? Fatturano la metà delle inglesi e delle spagnole e il delta cresce: il Real Madrid ha un giro di affari di 450 milioni di euro, il Barca di 430, il Manchester di 360, il Milan di 200-220. I soldi, come si vede, compongono già la classifica delle migliori e ci resta appena lo spazio per una sorpresa. Lo scorso anno fu lo Schalke 04, quarta in Champions League. Ma il punto – dicono in molti – è che i nostri club tranne rare eccezioni (Chievo, Udinese, Napoli) fatturano con miopia. Solo chi è capace di applicare modelli di business aziendale facendosi valere sui mercati ne esce vivo. Nell’ultimo anno la Lazio, con i suoi titoli quotati in borsa, è riuscita a guadagnare il 63,8%, ma i biancocelesti si ritrovano tra squadre turche, danesi e tedesche ai primi posti nelle classifiche europee di rendimento azionario (indice Stoxx 50).
Tornando ai tifosi, e sempre in attesa di vedere quale impatto avrà il fair play finanziario sul nostro campionato (vedi box), senza un abbonamento tv in mano oggi sono più un problema di ordine pubblico che altro. La tessera del tifoso e i tornelli agli ingressi che inorgogliscono il ministro Maroni hanno complicato l’accesso al rettangolo verde, specie in trasferta. Donne e bambini è meglio che stiano alla larga. Ci sarà davvero un futuro, così, per il gioco più "popolare" del mondo?   
 



Claudio Strano

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