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Paure italiane

 

Paure italiane

La foto del paese nei dati del rapporto Coop 2011 su consumi e distribuzione

"Di fronte ai dati del nostro Rapporto Coop su consumi e distribuzione, il rischio di sconforto è grande – spiega il vice-presidente di Ancc-Coop, Enrico Migliavacca, che ha presentato la ricerca a Milano – praticamente tutti gli indicatori sono negativi". Non si riesce a vedere una luce, e tra tutti i problemi quello dei giovani dal presente incerto e senza futuro è forse il più grave. Altre crisi almeno una qualche speranza la lasciavano intravedere. C’era voglia di riscatto, il figlio dell’operaio poteva aspirare ad una vita migliore, i genitori tiravano la cinghia per mandare i figli all’università ma erano sicuri che avrebbero avuto una vita migliore della loro. "Oggi sembra che questa voglia di futuro sia in regressione – commenta amaro Albino Russo, responsabile del Centro studi Coop-Ancc –. E i giovani stessi non credono più all’idea che studiando si possa migliorare. Pensano che il merito non conti e che le strade per raggiungere il successo siano altre". Forse alla fine della crisi le cose cambieranno, ma oggi il velinismo e le carriere pagate con il corpo suggeriscono altre possibilità.
Finora sono state le famiglie ad attenuare questo disagio dei giovani, almeno dal punto di vista economico, anche se negli ultimi dieci anni il potere d’acquisto è crollato del 7 per cento. Ma la crisi, secondo gli analisti, durerà ancora, e forse peggiorerà. Il tenore di vità continuerà a scendere. Si calcola che nei prossimi tre anni i consumi caleranno oltre l’uno per cento anche grazie alle scelte economiche del Governo che continua a penalizzare chi ha sempre pagato. Già oggi l’80 per cento delle famiglie pensa di vivere al di sotto o ai limiti del sopportabile e ricorre sempre di più ai propri risparmi per finanziare i consumi quotidiani, mentre la crisi ha contribuito ad accrescere le disuguaglianze soprattutto nel Mezzogiorno ai danni in particolare dei nuclei familiari più giovani e con figli a carico.
Di tasca nostra
Il Rapporto Coop fotografa un paese fermo, consumi stagnanti, sfiducia crescente. Ma cosa ci aspetta nell’immediato futuro? "Se il consumatore diventa pessimista e allarmato dal fatto che la ripresa non arriva mai, allora può diventare ancora più cauto e decidere di aumentare il tasso di risparmio e quindi ridurre in maniera consistente i consumi, il che significa andamento negativo della domanda interna e quindi recessione", dice Fedele De Novellis, economista ref. (Ricerche per l’Economia e la Finanza). E già. Lo spettro della recessione si aggira per l’Europa, e non solo. "Eravamo abituati ad una crescita costante dei consumi, il cui massimo è stato raggiunto nel 2007 – prosegue De Novellis – poi c’è stata una battuta d’arresto tra il 2008 e il 2009, una pallida ripresa negli ultimi 6 mesi e infine si tornerà a scendere di almeno un punto nei prossimi due anni. Di certo nel 2013 saremo ancora abbondantemente sotto i livelli di consumi del 2007". Insomma, la traiettoria crescente del reddito e dei consumi si è interrotta. Per la prima volta dal Dopoguerra la tendenza è alla contrazione.
Crisi d’identità
"Anche i consumi alimentari continueranno a calare nei prossimi anni – interviene Albino Russo – . Il consumo alimentare è un pezzo dell’identità del paese insieme all’abbigliamento e all’arredamento perché noi italiani ci teniamo sia al bello che al buono. Ma la crisi ha prodotto la rottura di un modello di consumo che ci ha sempre visto primeggiare nel mondo talvolta con invidia e ammirazione. Ora la gente cerca di risparmiare dove è possibile risparmiare: rinuncia al jeans di marca, per l’armadio va all’Ikea. Insomma tagli dove è possibile perché sei obbligato a spendere in servizi, bollette, casa, benzina, guarda caso tutti settori poco o niente liberalizzati. Questo è il gioco che è successo negli ultimi 10 anni e che con la crisi si è acuito. E alla fine le famiglie per risparmiare sono costrette a destreggiarsi su quel fazzoletto di terra che gli rimane, a cominciare dal cibo". Ma come fanno gli italiani a risparmiare sul cibo? Di fronte alla crisi, i consumatori hanno messo in atto nuove strategie di acquisto nel tentativo di far quadrare i conti del proprio bilancio.
"Prima di tutto c’è stata una riduzione delle quantità acquistate, soprattutto nelle merceologie del fresco, che sono le più deperibili e quindi maggiormente soggette a rapido deterioramento – spiega Russo –, poi una scelta delle tipologie di vendita più convenienti come, ad esempio, il discount, almeno per quanto riguarda i prodotti industriali rinunciando in parte alla qualità; caccia grossa alle promozioni e ai marchi commerciali, come ad esempio il prodotto Coop; ricomposizione dei panieri di spesa: meno prosciutto e più mortadella, meno carne e più uova, meno tagli nobili e più frattaglie; infine riduzione degli sprechi anche acquistando confezioni più piccole".
A questo punto la domanda da farsi è: se continueremo a tagliare la spesa alimentare, fino a che punto stiamo sottraendo il superfluo, e da quando cominceremo a mangiare più schifezze? "Già oggi molte famiglie che proprio non ce la fanno più mangiano peggio – dice Russo –. Ebbene, questa tendenza potrebbe estendersi perché la coperta dei bilanci familiari è sempre più corta e da qualche parte si strappa". L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di longevità. Un paese dove si campa di più e meglio che altrove. È noto che una delle ragioni di questa nostra longevità è l’alimentazione, la famosa dieta mediterranea.
Se ai cambiamenti che spingono verso un’omologazione dei consumi e la perdita di identità nazionale fatta di buon cibo, anche il buon mangiare è a rischio sotto i colpi della crisi economica, vuoi vedere che ci giochiamo anche la salute? E con i tagli alla sanità introdotti dalla manovra numero uno non c’è da stare allegri.
Gioventù bruciata
Poco allegri di sicuro sono i giovani. Il dato più allarmante che emerge dal Rapporto Coop riguarda proprio loro. Interrogati da Eurobarometro, i giovani italiani non credono più nella formazione e nell’istruzione superiore per il loro futuro. Nella formazione professionale ha fiducia solo 1 giovane su 2, contro il 95 per cento della Germania e l’83 della Spagna che pure non se la passa meglio di noi. Ma c’è di più. Nella patria delle partite Iva e della tanto decantata intraprendenza individuale, solo 1 giovane su 4 sarebbe propenso ad avviare un’attività imprenditoriale (la media europea è del 40 per cento).
"Perché stupirsi di questi dati – commenta De Novellis –. È chiaro che i giovani sono l’epicentro della crisi. L’ingresso nel mercato del lavoro è sempre più difficile e i giovani hanno sempre più difficoltà a trovare un’occupazione stabile proprio negli anni più importanti per lo sviluppo del capitale umano. Se poi il laureato accetta un posto da diplomato, ma non ha la possibilità di valorizzare e accrescere le sue conoscenze quel capitale umano che è costato soldi alla società e alle famiglie si perde definitivamente con un danno anche per il paese. Quindi, se la formazione non dà accesso a percorsi professionali soddisfacenti, è normale che il giovane si interroghi sull’utilità dei suoi studi".
Insomma, un paese dove i giovani sono sfiduciati e privi di prospettive è un paese che rinuncia al futuro. Ed ecco perché sono aumentate vertiginosamente le spese per giochi a premi, slot machine, lotterie: alla fine del 2011 saranno oltre 73 i miliardi (quasi il 20 per cento in più rispetto al 2010) immolati sull’altare della dea bendata: più di quanto spendiamo per l’abbigliamento e le calzature, e pari circa al 60 per cento dei consumi alimentari. Ma si sa, chi vive sperando…   
 

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