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Nucleare, i dubbi e le paure

Nucleare,
i dubbi e le paure

Dopo il drammatico incidente alla centrale giapponese di Fukushima cosa farà l'Italia?
Il Governo, intenzionato a costruire 4 impianti, ora propone una pausa di un anno. E poi? Ma intanto, a giugno, c'è il referendum

Stavamo già da tempo lavorando a questo servizio sul nucleare quando è arrivato il drammatico terremoto in Giappone con le disastrose conseguenze alla centrale atomica di Fukushima. Al momento in cui scriviamo, anche se la situazione pare leggermente stabilizzata, il rischio di una catastrofe tipo Cernobyl non è ancora del tutto scongiurato. E comunque l’impatto di questa crisi sull’opinione pubblica mondiale è stato giustamente enorme, perchè ha proposto in maniera drammatica il tema della sicurezza di questo impianti. Proprio i temi su cui in Italia si stava riaprendo il dibattito, viste le intenzioni filo-nucleari del governo. Ma visto anche che il 12 giugno – se la data verrà confermata – sarà il giorno in cui andremo a votare anche per il referendum sul nucleare (oltre che per quelli sull’acqua e sul legittimo impedimento). Prima del disastro di Fukushima, erano in molti a scommettere sul mancato raggiungimento del quorum. Ora lo scenario è radicalmente mutato. Anche il Governo infatti, dopo qualche imbarazzante tentennamento ha annunciato una "pausa di riflessione" nella marcia per la realizzazione del nucleare.
Una marcia che non era mai stata trionfale, del resto, e che sulla sua strada aveva trovato non poche opposizioni, ben prima del disastroso sisma giapponese. Non è ancora ben chiaro cosa significhi pausa di riflessione (qualche ambientalista teme che si voglia solo depotenziare il referendum che se, andasse in porto, bloccherebbe definitivamente ogni progetto) e cosa si intenda cambiare rispetto ai piani sin qui definiti. Il progetto, lo ricordiamo, era quello di realizzazione 4 nuove centrali in Italia, impianti di nuova generazione, previsti entro il 2020. Dove? Tutte le Regioni si sono rifiutate di ospitarle sul loro terrorio, anche quelle governate dalla stessa maggioranza che siede in parlamento. Il governo, lo scorso anno, aveva infatti varato un decreto che fissava i criteri di localizzalizzazione delle centrali e dei depositi delle scorie, con l’obiettivo di far partire i lavori entro il 2013. Ma senza il via libera degli enti locali sarebbe stato comunque impossibile avviare qualsisi progetto.
A ritenere che sarebbe più utile e sensato, alla luce di quanto è accaduto – invertire la rotta e investire decisamente sulle energie rinnovabili, ci sono non solo le associazioni ambientaliste, ma anche scienziati e imprenditori, come quelli del Kyoto Club, il cartello delle industrie impegnate in campo ambientale, riuniti nel manifesto "Invece del nucleare", spiega: "Lo scenario prospettato dal governo, 25% di elettricità atomica e 25% di rinnovabili al 2020, comporterebbe una enorme distrazione di risorse a scapito delle nuove energie. Nella migliore delle ipotesi, quando si iniziasse a generare elettricità nucleare, sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti, attraverso le bollette, a cofinanziare il nucleare. Questo perché il costo è estremamente oneroso: oltre 5 miliardi di euro per una centrale, più di 40 miliardi per l’intero programma".
Secondo gli industriali del Kyoto Club bisogna seguire la strada dell’Europa, dove il 61% della nuova potenza elettrica installata viene da impianti alimentati da fonti rinnovabili, come eolico e solare. Negli Stati Uniti la quota è del 43%. Insomma, l’unica alternativa percorribile sarebbe quella racchiusa nella formula del 20-20-20: entro il 2020, riduzione del 20% di Co2, 20% di risparmio sui costi finali, 20% di fonti pulite e rinnovabili.
Aveva reso scottante il dibattito, già prima del disastro in Giappone, anche il recente responso emesso dal Giurì per l’autodisciplina pubblicitaria sullo spot sovvenzionato dal Forum nucleare italiano i cui soci fondatori sono Edf e Enel, cioè i due soggetti maggiormente interessati allo sviluppo del nucleare. Molti lo ricorderanno, anche perché ha usufruito di oltre 400 passaggi televisivi per un costo di circa 6 milioni di euro: nello spot due giocatori di scacchi, una mossa dietro l’altra, si scambiavano affermazioni pro o contro nucleare. In realtà, come ha stabilito il garante, lo spot mira "a ingannare e confondere chi lo riceve, contrabbandando come neutrali e sociali i suoi contenuti squisitamente di parte".   
Stavamo già da tempo lavorando a questo servizio sul nucleare quando è arrivato il drammatico terremoto in Giappone con le disastrose conseguenze alla centrale atomica di Fukushima. Al momento in cui scriviamo, anche se la situazione pare leggermente stabilizzata, il rischio di una catastrofe tipo Cernobyl non è ancora del tutto scongiurato. E comunque l’impatto di questa crisi sull’opinione pubblica mondiale è stato giustamente enorme, perchè ha proposto in maniera drammatica il tema della sicurezza di questo impianti. Proprio i temi su cui in Italia si stava riaprendo il dibattito, viste le intenzioni filo-nucleari del governo. Ma visto anche che il 12 giugno – se la data verrà confermata – sarà il giorno in cui andremo a votare anche per il referendum sul nucleare (oltre che per quelli sull’acqua e sul legittimo impedimento). Prima del disastro di Fukushima, erano in molti a scommettere sul mancato raggiungimento del quorum. Ora lo scenario è radicalmente mutato. Anche il Governo infatti, dopo qualche imbarazzante tentennamento ha annunciato una "pausa di riflessione" nella marcia per la realizzazione del nucleare.
Una marcia che non era mai stata trionfale, del resto, e che sulla sua strada aveva trovato non poche opposizioni, ben prima del disastroso sisma giapponese. Non è ancora ben chiaro cosa significhi pausa di riflessione (qualche ambientalista teme che si voglia solo depotenziare il referendum che se, andasse in porto, bloccherebbe definitivamente ogni progetto) e cosa si intenda cambiare rispetto ai piani sin qui definiti. Il progetto, lo ricordiamo, era quello di realizzazione 4 nuove centrali in Italia, impianti di nuova generazione, previsti entro il 2020. Dove? Tutte le Regioni si sono rifiutate di ospitarle sul loro terrorio, anche quelle governate dalla stessa maggioranza che siede in parlamento. Il governo, lo scorso anno, aveva infatti varato un decreto che fissava i criteri di localizzalizzazione delle centrali e dei depositi delle scorie, con l’obiettivo di far partire i lavori entro il 2013. Ma senza il via libera degli enti locali sarebbe stato comunque impossibile avviare qualsisi progetto.
A ritenere che sarebbe più utile e sensato, alla luce di quanto è accaduto – invertire la rotta e investire decisamente sulle energie rinnovabili, ci sono non solo le associazioni ambientaliste, ma anche scienziati e imprenditori, come quelli del Kyoto Club, il cartello delle industrie impegnate in campo ambientale, riuniti nel manifesto "Invece del nucleare", spiega: "Lo scenario prospettato dal governo, 25% di elettricità atomica e 25% di rinnovabili al 2020, comporterebbe una enorme distrazione di risorse a scapito delle nuove energie. Nella migliore delle ipotesi, quando si iniziasse a generare elettricità nucleare, sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti, attraverso le bollette, a cofinanziare il nucleare. Questo perché il costo è estremamente oneroso: oltre 5 miliardi di euro per una centrale, più di 40 miliardi per l’intero programma".
Secondo gli industriali del Kyoto Club bisogna seguire la strada dell’Europa, dove il 61% della nuova potenza elettrica installata viene da impianti alimentati da fonti rinnovabili, come eolico e solare. Negli Stati Uniti la quota è del 43%. Insomma, l’unica alternativa percorribile sarebbe quella racchiusa nella formula del 20-20-20: entro il 2020, riduzione del 20% di Co2, 20% di risparmio sui costi finali, 20% di fonti pulite e rinnovabili.
Aveva reso scottante il dibattito, già prima del disastro in Giappone, anche il recente responso emesso dal Giurì per l’autodisciplina pubblicitaria sullo spot sovvenzionato dal Forum nucleare italiano i cui soci fondatori sono Edf e Enel, cioè i due soggetti maggiormente interessati allo sviluppo del nucleare. Molti lo ricorderanno, anche perché ha usufruito di oltre 400 passaggi televisivi per un costo di circa 6 milioni di euro: nello spot due giocatori di scacchi, una mossa dietro l’altra, si scambiavano affermazioni pro o contro nucleare. In realtà, come ha stabilito il garante, lo spot mira "a ingannare e confondere chi lo riceve, contrabbandando come neutrali e sociali i suoi contenuti squisitamente di parte".   



Silvia Fabbri

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