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Mafie in viaggio verso nord

Mafie in viaggio verso nord

La penetrazione nell’economia delle regioni italiane del centro nord delle organizazioni criminali si conferma come un fenomeno allarmante da contrastare con la massima energia

120 miliardi di euro all’anno. A tanto ammonta il fatturato delle mafie italiane secondo l’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia (Dia). Una cifra astronomica che permea di sé una buona quota dell’economia nazionale in qualunque territorio ci sia odore di soldi. Perché è risaputo che la mafia non è più un fenomeno locale tutto coppola e lupara. «La mafia è come un virus che si modifica, si adatta, si adegua al territorio – dice Salvatore Calleri, presidente della Fondazione intitolata a "Antonino Caponnetto", il Procuratore di Palermo che con Falcone e Borsellino istruì il famoso maxi processo a Cosa Nostra –. Le mafie sanno bene come comportarsi, hanno capito che in Lombardia o in Svizzera non possono presentarsi con il fucile in spalla.
Infatti le organizzazioni criminali mafiose che dispongono di enormi capitali da reinvestire e hanno un bisogno tremendo di ripulire i soldi provenienti dai traffici illeciti, si sono trasformate in holding affaristiche piene di colletti bianchi abilissimi a muoversi nel mondo della finanza. Dunque bisogna superare il luogo comune che le mafie – si chiamino Cosa Nostra, Camorra o ‘Ndrangheta – siano un fenomeno tutto meridionale che non interessa le regioni centro settentrionali. Al contrario, queste organizzazioni sono ormai delle multinazionali che tendono ad andare nelle zone più ricche del paese. Numerose inchieste stanno portando alla luce quanto sia estesa e profonda la penetrazione delle mafie nella florida economia del Centro-Nord.
E i dati confermano un rilevante trend crescente del flusso di segnalazioni da parte soprattutto della Pubblica amministrazione e degli enti creditizi in merito a "operazioni sospette", con un incremento di oltre il 32 per cento di casi rispetto al precedente semestre, di cui quasi la metà nell’Italia Settentrionale. Netto il primato della Lombardia (3.421 segnalazioni), seguita dal Lazio (2.235), dalla Campania (1.287), dalla Toscana (1.252) e dall’Emilia Romagna (910).

Cooperazione sotto attacco
Tra i settori economici più esposti a questo contagio fatale che inietta il cancro dell’illegalità nell’economia sana ci sono soprattutto gli appalti e l’edilizia con un costo enorme per la collettività. «Un costo che si presenta in varie forme – spiega il presidente di Legacoop Giuliano Poletti –. Il più diretto è quello delle estorsioni, del pizzo e dell’usura. Dall’altra parte c’è poi la distorsione che si realizza sul mercato perché è chiaro che le attività economiche finanziate con i capitali mafiosi agiscono fuori dalle regole e quindi producono un danno molto grave distorcendo l’economia e introducendo degli elementi di concorrenza sleale».
La magistratura milanese sta scavando a fondo nelle debolezze dell’economia Lombarda e invoca l’aiuto dell’Associazione industriali in un momento come quello che stiamo vivendo in cui è molto più facile per la mafia agganciare chi versa in difficoltà e non sa come risollevarsi dalla grave mancanza di liquidità provocata dalla crisi.
Purtroppo «il silenzio delle vittime prosegue e non abbiamo dietro la porta commercianti, imprenditori o ambulanti pronti a denunciare usure, danneggiamenti, incendi, strane sparizioni nei cantieri», ha dichiarato Ilda Boccassini, procuratore aggiunto presso il tribunale di Milano, a dimostrazione del fatto che da sud a nord cambiano i nomi delle città ma non cambia l’atteggiamento omertoso nei confronti delle mafie.
«Serve invece collaborazione tra tutte le istituzioni e anche quella del singolo cittadino – commenta Anna Canepa, della Direzione Nazionale Antimafia – perché il silenzio è l’ossigeno che consente a questi poteri di riorganizzarsi e rafforzarsi».
Sotto osservazione anche la grande distribuzione. «Il nostro è un Paese che vive da tempo in una costante crisi di legalità – sostiene Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop –, sia intendendo con ciò le infiltrazioni della criminalità organizzata in determinati settori economici – e quello della grande distribuzione è sicuramente a alto rischio – sia ragionando in termini di concorrenza sleale, di quella concorrenza cioè che falsa le regole del gioco ad esempio barando sui regolari contratti di lavoro o sulla filiera delle merci".
Evidentemente, l’inserimento nei circuiti della grande distribuzione commerciale rappresenta un importante veicolo di riciclaggio e di reimpiego di denaro.

L’impegno Coop al sud
«Coop ha per sua natura la forza e la trasparenza necessarie a contrastare simili preoccupanti fenomeni – prosegue Soldi –. Il fatto stesso che in Coop le decisioni siano sempre frutto di un ragionare collettivo aumenta i livelli di controllo, così come elemento di garanzia è l’attenta selezione della sua classe dirigente. È sulla base di questi presupposti che abbiamo avviato e poi continuato il nostro processo di sviluppo nel sud del Paese».
Non bisogna dimenticare, infatti, che le mafie si combattono innanzitutto nei loro territori di appartenenza. «Noi di Coop continuiamo a investire creando occupazione locale e indotto, a stretto contatto e confronto con le Prefetture, le istituzioni e la società civile aprendo i nostri scaffali ai prodotti coltivati sui terreni confiscati alla mafia da cooperative di giovani – continua Soldi –. Perché questo è il mestiere di Coop, andare anche là dove il benessere non c’è, contribuire a diffondere democrazia, trasparenza e legalità».
Da sud a nord si dipana dunque il filo rosso di una criminalità organizzata che non esita ad infiltrarsi persino nel settore della cultura se è vero che in un piccolo centro della Lombardia è stato documentato un vertice della ‘ndrangheta all’interno di un circolo intitolato niente meno che a Falcone e Borsellino.
Una copertura, evidentemente, perché gli affari veri si fanno altrove. «Bisognerebbe che le autorità controllassero quello che sta avvenendo ad esempio nei settori alberghiero e della ristorazione – suggerisce Calleri –. Anche le Camere di commercio e le Associazioni di categoria dovrebbero potenziare i loro controlli perché possono avere un ruolo importante nel fermare l’invasione mafiosa». Nel settore degli appalti la magistratura ha messo gli occhi su diverse ditte interessate ai lavori del collegamento autostradale Brescia, Bergamo, Milano ed alla realizzazione della quinta metropolitana del capoluogo lombardo, la linea M5; nel Centro Italia, più imprese impegnate nel 2° Lotto Aurelia della Strada dei Marmi, in provincia di Massa Carrara.
Una serie di controlli ha interessato anche i lavori in atto per la realizzazione della linea C della Metropolitana di Roma e per la costruzione della linea 6 della metropolitana di Napoli. Naturalmente, mentre le mafie si introducono nell’economia "legale", continuano i tradizionali traffici di droga, si pratica l’usura, senza trascurare le estorsioni. Del resto è da qui che provengono i soldi da riciclare e reinvestire. "Il riciclaggio di denaro proveniente da azioni illegali – si legge nella relazione semestrale della DIA – rappresenta uno dei più gravi fenomeni criminali che interagiscono con il mercato finanziario, costituendo un fattore di inquinamento per l’intero sistema economico".

Aziende a caccia di soldi
Quindi, in questo periodo di grande crisi la mafia è favorita perché riesce ad inserirsi meglio nel tessuto economico affamato da un estremo bisogno di liquidità, acquistando aziende e attività in crisi, imprese decotte, partecipando a società più o meno remunerative.
La procura Milanese ha individuato 160 aziende vittime di usura ed estorsioni i cui proprietari, secondo il giudice Ilda Boccassini, diventano poi i prestanome delle cosche in una regione dove sono state censite 15 famiglie a capo della mafia e ben 500 affiliati alla ‘ndrangheta. Per fortuna l’intensa attività investigativa e l’azione instancabile delle forze dell’ordine non danno tregua alle attività dei clan in perenne ricerca di sbocchi per i proventi dei loro traffici criminali. Ogni tanto assistiamo all’arresto di imprendibili latitanti che per anni hanno governato gli affari delle mafie dai loro nascondigli. E quando questo avviene ci sembra di essere tutti un po’ più liberi. Però forse non basta.
«Arrestare i boss va bene – spiega Calleri – ma se non smantello anche l’organizzazione mi cade tutto dato che non tutte le mafie sono verticistiche. La camorra per esempio, che è chiamata "sistema" è una struttura orizzontale, quindi arrestare un boss significa che verrà sostituito nel giro di poche ore. I casalesi invece hanno un’organizzazione più verticistica e quindi l’arresto di Iovine rappresenta un colpo durissimo all’organizzazione».
Come si vede, tagliare la testa alla piovra può non bastare se i tentacoli rimangono liberi di agire fino a perdersi nei meandri imperscrutabili dell’alta finanza internazionale. Ed è qui che si gioca la partita più dura nella lotta senza quartiere tra la giustizia e il potere mafioso che spesso si nasconde al riparo dei paradisi fiscali e del sistema creditizio.

Il nodo dei paradisi fiscali
«Quello dei paradisi fiscali è un problema enorme – afferma Anna Canepa –, un problema che va affrontato con strumenti efficaci per impedire che vengano utilizzati come lavanderie di denaro sporco dalla criminalità organizzata e da un sistema bancario disattento». Un altro efficace strumento di lotta alla mafia che va rafforzato e sostenuto è la confisca dei beni mafiosi che poi, affidati alle cooperative di giovani coraggiosi e abili, diventano dei grandi laboratori di imprenditoria sana e delle importanti scuole di formazione alla cultura della legalità.
Una cultura che, nonostante i successi dello Stato contro la mafia, stenta ad affermarsi nella vita di un Paese dove cresce la corruzione, aumenta la generalizzata insofferenza al rispetto delle leggi, si logora quell’idea di società democratica dove la legge è uguale per tutti, dove ognuno compie il proprio dovere e non vengono premiati sempre i furbi e i potenti. 

 



Aldo Bassoni

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