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L’eco-rivoluzione che cambia il mondo



L’eco-rivoluzione

che cambia il mondo

 

Intervista a Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club

 

Gianni Silvestrini è direttore scientifico del Kyoto Club e presidente di Exalto una start up impegnata nel campo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Ha pubblicato di recente con Antonio Cianciullo per Edizioni ambiente “La corsa della Green economy”.

Davvero la rivoluzione verde sta cambiando il mondo?

Direi proprio di sì. Ormai è diffusa e trasversale la consapevolezza con cui si stanno evolvendo alcuni Paesi soprattutto in ambito energetico. Il cambiamento arriva dalle rinnovabili, ma soprattutto dal mutamento dello schema di gestione della rete basato su piccoli impianti sempre più diffusi e connessi.

Oltre al mondo scientifico ci crede la politica? Ci credono le imprese?

Premetto che a monte la molla che ha innescato questo processo è riconducibile ai timori derivanti dal cambiamento climatico. Questa consapevolezza era presente nel mondo scientifico e in quello ambientale ma ormai possiamo dire che, ha cominciato a influenzare i leader politici che hanno colto la necessità di impostare un cambiamento radicale non solo del sistema energetico ma anche di quello dei trasporti, dell’edilizia, del sistema produttivo e dei consumi. Del resto non si può essere titubanti se nel giro di 40 anni l’obiettivo nei paesi industrializzati è di ridurre dell’80% le emissioni di CO2.

Usa, Europa e Asia c’è una competizione green in atto?

Fino a un paio di anni fa sicuramente la leadership era europea. Con il nuovo presidente degli Stati Uniti e con la somministrazione di ingenti misure finanziarie, è entrato in gioco un nuovo attore che era in letargo da lungo tempo. Gli effetti della riscossa americana li vedremo tra due, tre anni.

Chi invece è entrato in pista immediatamente è la Cina.

C’è grande contesa tra le tre aree del pianeta. È un vantaggio per la green economy anche se non sappiamo chi vincerà la sfida.

Qual è la situazione nel nostro Paese?

L’Italia sia a livello politico che industriale è partita in grave ritardo perchè ha sempre sottovalutato la rivoluzione verde guardando al Protocollo di Kyoto in chiave difensiva e non come opportunità. C’è da dire però che abbiamo una elevata reattività e in presenza di giusti indirizzi siamo un Paese in grado di recuperare anche gap importanti. Infatti sia in ambito eolico che nel fotovoltaico abbiamo fatto registrare performance eccellenti. Specie nell’eolico che ci ha visti lo scorso anno al secondo posto nel mondo dopo la Germania e superando anche se di poco Stati Uniti e Giappone.

Ritiene le imprese e il sistema scolastico all’altezza della sfida sul piano innovativo?

Un settore debole e delicato del nostro Paese è quello legato all’innovazione e alla ricerca che è basilare per poi poter fare anche industria innovativa. È il punto più debole perchè non c’è la dovuta attenzione al ruolo attivo e fertile che svolge la ricerca per creare nuove imprese. Nel nostro Paese anche se ci sono casi eccellenti, quello che manca è una politica organica che spinga a investire in formazione e innovazione.

I lavori verdi sono davvero nuovi o abbiamo a che fare con vecchi profili professionali arricchiti con competenze ambientali?

Alcuni sono davvero nuovi lavori. Nelle rinnovabili ad esempio è così. L’anno scorso la Germania in piena crisi ha sfornato 20.500 nuovi posti di lavoro che non sono la mera sostituzione di mercati in contrazione nell’ambito delle energie fossili. La vera novità dal punto di vista del mercato e quindi anche del lavoro è che siamo di fronte a un mercato in piena espansione con tassi di crescita a doppia cifra. Un mercato dove ci sono ancora grandi spazi e quindi molte opportunità di lavoro.

È corretto annoverare tra le rinnovabili anche l’energia metabolica prodotta muscolarmente dagli uomini quando si spostano a piedi o in bicicletta?

Certo, di fatto lo è. Si tratta solo di prenderne atto e di valorizzarla. Ad esempio se parliamo di bicicletta, ci accorgiamo di avere a che fare con un oggetto che è nel contempo stile di vita, efficienza energetica e può portare benefici anche in termini occupazionali se ci si orienta verso la costruzione di filiere. Qui è davvero evidente la necessità di un cambio culturale che poi si porterebbe dietro anche investimenti e produzione di ricchezza. È un ottimo esempio di green economy a tutto tondo perchè riguarda il modo di intendere la vita, il risparmio energetico e la creazione di nuovi posti di lavoro.

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