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Il lavoro vien dal verde



Il lavoro vien dal verde

Le green economy come possibilità di rilancio dell’economia. In arrivo 500 miliardi di investimenti in tutto il mondo.

Ecco cosa i muove in Italia

 

Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Grosso modo così come si sta delineando. È l’economia verde o green economy, affermatasi al di là dell’Atlantico da quando il presidente Obama ha lanciato il suo faraonico piano di investimenti sulle energie verdi: 82 miliardi di dollari nel comparto delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile.

In realtà il nuovo corso verde era già un asse portante della campagna elettorale del futuro presidente Usa. Ricordate? “Ci sono nuove energie da imbrigliare e nuovi lavori da creare”. Parole entusiasmanti che hanno contribuito alla sua vittoria e rimesso in moto le speranze di un pianeta alle prese con una crisi economica, ambientale e sociale caratterizzata dalla perdita di milioni di posti di lavoro. Ecco che, all’indomani dello scampato tracollo finanziario su scala globale, l’economia verde si è imposta come unica rotta possibile per coniugare il rilancio dell’economia e la tutela dell’ambiente.

Il tempo ci dirà se la green economy è davvero un nuovo paradigma dell’economia o solo, come si sente dire, una sua “concezione pragmatica” grazie alla quale, in una fase di grande ristagno, si utilizza il “verde” come nuovo driver di una crescita che conserva ancora i vecchi vizi. E magari anche le vecchie tentazioni da bolla speculativa.

Un fatto è certo. Non mancano gli investimenti. Stando a quanto riportato dal Rapporto 2009 della Banca Mondiale a proposito delle misure finanziarie messe in campo per lo sviluppo di tecnologie verdi, i “pacchetti di stimolo” sono destinati a mobilitare entro il 2010, risorse per oltre 500 miliardi di dollari, con Cina e Stati Uniti a coprire da soli il 65% degli investimenti. Anche l’Europa non è rimasta a guardare: gli investimenti del fondo di coesione 2007-2013 che ammontano a 105 miliardi di euro sono proprio destinati alla promozione di tecnologie pulite e soprattutto alla creazione di nuovi lavori verdi.

La partita che si sta giocando attorno alla green economy non attiene infatti solo la sostenibilità ambientale ma anche quella sociale e economica che ha sul versante occupazionale il cuore del problema. E qui nessuno brilla. Men che meno l’Italia.

I dati sulla disoccupazione nel nostro Paese sono drammatici come già evidenziato qualche mese fa su queste pagine. E gli ultimi aggiornamenti alimentano il pessimismo. Stando a quanto riportato dall’Istat, nel mese di maggio il tasso di disoccupazione si conferma all’8,7 per cento. Ma quello che desta maggiore preoccupazione è il tasso di disoccupazione giovanile che sfiora ormai il 30 per cento. Per non parlare degli inattivi, quelli che hanno smesso di cercare un’occupazione. In tutti i sensi, visto che oltre a non lavorare, non studiano e non si aggiornano. Sono i cosiddetti Neet (not in employement education or training) che nel nostro paese si stimano in oltre due milioni, il doppio della media europea.

Ma se green economy e futuro coincidono allora è forse lì che dobbiamo volgere lo sguardo per vedere la “parata di nuove professioni che segue la fanfara della nuova economia sostenibile” per dirla con le parole contenute nell’interessante libro Guida ai green jobs (vedi box). Secondo gli autori, in Italia i green jobs impegnano oggi poco meno di un milione di lavoratori che potranno diventare 1.500.000, ma a patto che la politica e il mondo produttivo sappiano dare corso e priorità a quei comparti ad alta innovazione tecnologica che sono il motore del nuovo corso verde. Perchè i nuovi lavori ci saranno solo se ci sarà innovazione. Aspetto, quest’ultimo, tutt’altro che scontato nel nostro Paese come fa notare Gianni Silvestrini nell’intervista in queste pagine.

Oggi, dice il direttore scientifico di Kyoto Club, “bisogna rendersi conto che in questi nuovi settori se non fai ricerca sei spazzato via dopo due anni”.

Comunque, al di là di questo limite strutturale rimane il fatto che anche nel Belpaese sempre più imprese o società di servizi pongono ormai una attenzione crescente alla qualità ambientale, sia dei prodotti finiti che delle modalità di produzione e erogazione di servizi. Tutto ciò ha creato nuove occasioni di impiego o di riqualificazione delle proprie professionalità per proporsi sul mercato del lavoro in maniera più competitiva.

Il lavoro verde sembra perciò una sorta di “work in progress” dove è difficile bloccare con precisione le competenze richieste o prevedere l’insieme degli effetti che lo sviluppo delle rinnovabili e delle nuove attività verdi stanno producendo sull’intero tessuto socioeconomico.

La mappa dei lavori è tutt’altro che dettagliata anche perchè nel nostro Paese, dice Marco Gisotti, “il censimento delle nuove professioni del Ministero del lavoro non è aderente con le nuove professionalità green in quanto il sistema di classificazione viene fatto su dati Istat che però sono decennali”.

Un tentativo in questa direzione lo ha fatto l’Istituto Ricerche Economiche e Sociali della Cgil con un ottimo lavoro che ha individuato 54 nuove professioni collegandole però al solo comparto delle rinnovabili che rimangono senza dubbio il volano principale della green economy.

È qui infatti che si notano i segni più evidenti di una controtendenza. Con indicatori di crescita a doppia cifra. Come quelli del gruppo Cpl Concordia, una cooperativa già leader nel settore della geotermia e della cogenerazione che grazie alle rinnovabili (fotovoltaico e biogas innanzitutto) ha impresso all’azienda, in un anno come il 2009, una chiara accelerazione: crescita del fatturato di quasi il 22% e un incremento dei posti di lavoro rispetto al 2008 del 6,6% , ma soprattutto un futuro dove – il presidente del gruppo cooperativo modenese Roberto Casari – prevede di “produrre lavori per 200 milioni di euro e 5.000 posti di lavoro nei prossimi 10 anni”.

Ma il perimetro della green economy è comunque sicuramente più vasto di quello dell’industria dell’energia e le sue braccia abbastanza larghe e in grado di accogliere non solo ingegneri e consulenti iper-specializzati. L’onda lunga investe anche settori come l’agricoltura, il turismo, l’edilizia delle città e i trasporti. Comparti promettenti dal punto di vista lavorativo anche se meno mediatizzati. Un esempio?

Il settore della forestazione in Italia dà lavoro a 410.000 persone: “un numero significativo ma nessuno ne parla”, precisa Gisotti. E poi guai a dimenticare l’evoluzione del comparto agricolo che, con le aziende multifunzionali, sta ripensando la sua ragion d’essere e la sua redditività. Non più legandola alla sola produzione di cibo tipico e di qualità, ma contribuendo a proteggere l’ambiente e il territorio. Tanti giovani ci credono e hanno capito che c’è creazione di valore anche nel produrre energia rinnovabile attraverso la costruzione di microgeneratori o di impianti di piccola taglia o nel mantenere i suoli fertili, preservare la qualità delle acque contribuendo così a elevare il potenziale turistico di una determinata area.

Del resto si sa, il turismo è la prima industria mondiale e da tempo sta ritagliando una nicchia di mercato, il turismo-natura, dove cresce la richiesta di biologi, naturalisti e guide a cavallo, a piedi, in bicicletta.

Insomma opportunità di lavoro potenzialmente dappertutto sia con lavori nuovi che con quelli vecchi “arricchiti” con nuove competenze ambientali o semplicemente lavori tradizionali (commessi, meccanici, camionisti, ecc), attivati in settori verdi.

O anche vecchi lavori rivisitati: l’ingegnere che, rimane sempre un ingegnere esperto d’energia seppure chiamato a cimentarsi con settori e tecnologie nuove.

Fino al “colore giornalistico” dell’eco-chef o dell’eco-parrucchiere che trasformano il loro più o meno sincero “approccio green” al lavoro, in una leva di marketing volta a contenere costi e quindi i prezzi o a distinguere l’offerta.

Forse in fondo la green economy è anche questo: estremo tentativo di un mondo che cerca di conciliare economia e dignità del lavoro, cultura e innovazione senza dissipare oltremodo il pianeta e mettendo di nuovo al centro il lavoro. Da svolgere con qualche motivazione e consapevolezza in più.


Bibì Bellini

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