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Gli alberi e l’Italia che se ne va in fumo

Gli alberi e l'Italia che se ne va in fumo

Mentre continuala campagna Coop per tuelare boschi e foreste facciamo il punto sulla situazione italiana. DOve ogni anno si ripropongono gli stessi problemi…

L'Italia brucia come la Sardegna, frana come Pompei, crolla come L’Aquila. Insomma, in pochi attimi perde pezzi, si modifica, scompare. Un patrimonio millenario se ne va in fumo (per gli incendi boschivi, il 40% dei quali concentrati nella sola Sardegna) o scivola a valle (per frane e smottamenti, che una volta su tre hanno proprio questo carattere di scivolamento) e il tutto in pochi minuti, trascinandosi dietro vite umane, case, macchine, animali, l’habitat stesso in cui siamo immersi. Per non parlare delle bellezze di un paesaggio famoso in tutto il mondo e della sua storia.
Tutto ciò come conseguenza di una tara che riassume tutte le altre. La tara si chiama "incuria del territorio". Un fenomeno sotto gli occhi di tutti, che trova riscontri sempre più puntuali nelle analisi degli studiosi. Urbanizzazione spinta, abbandono delle terre agricole e deforestazione sono le principali cause da imputare all’uomo, che su un paese "delicato" come l’Italia – geomorfologicamente giovane, soggetto a terremoti, con 13 mila aree a rischio frana, alluvione o valanga secondo il censimento 2010 del Corpo forestale dello Stato – dovrebbe usare ben altre cautele. A cominciare da una politica virtuosa di salvaguardia e potenziamento di boschi e foreste, a maggior ragione nel 2011, dichiarato dall’Onu anno internazionale delle foreste. E invece…
A far data dalla seconda metà del Novecento – denuncia l’ultimo rapporto del ministero dell’Ambiente e dell’Unione delle Province d’Italia – la frequenza con cui frane e smottamenti colpiscono il nostro paese sta aumentando. Tredicimila e 760 chilometri quadrati – pari a ben Il 4,5% della superficie italiana – sono a rischio elevato o molto elevato di frana. La maglia nera delle regioni, nel rapporto tra area di frana e superficie totale, è indossata non a caso dalla Lombardia, seguita da Emilia-Romagna, Marche, Valle d’Aosta e Piemonte. Le stime sono di una perdita media ogni anno di 60 vite umane e di circa 1-2 miliardi di euro.
"Parliamo di un impatto socio-economico molto rilevante – commenta Enrico Brugnoli, esperto dell’Istituto di Biologia agroalimentare e forestale del Cnr – che ci pone tra i primi paesi al mondo nella classifica dei danni da frane e smottamenti. Basti dire che nel solo 2010 i dissesti idrogeologici hanno richiesto lo stanziamento di circa 646 milioni di euro". L’elenco dettagliato delle cause, prodotto d’intesa con Legambiente, è lungo e comprende "urbanizzazione diffusa e caotica, abusivismo edilizio, alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi, estrazione illegale di inerti, cementificazione degli alvei, disboscamento dei versanti collinari e montuosi, eccessivo consumo di suolo". Dove con quest’ultima definizione s’intende la perdita di territorio dovuta all’urbanizzazione, un fenomeno che l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) giudica "particolarmente preoccupante". Dal dopoguerra ad oggi – spiega l’agenzia governativa nell’Annuario ambientale 2010 – le superfici coperte in maniera permanente da materiale impermeabile sono quasi triplicate, passando dal 2,38% al 6,34%. Le alluvioni crescono anche per questo, oltre che per i cambiamenti climatici. Le regioni già "impermeabilizzate"? Lombardia ancora una volta, Puglia, Veneto e Campania.

Alla radice del problema
Ma come arginare questo sgretolarsi progressivo del territorio? In Italia c’è bisogno innanzi tutto di stabilità e la vegetazione, com’è noto, svolge anche questa importante funzione. "Qualsiasi formazione vegetale – spiega Enrico Brugnoli – rappresenta un efficace mezzo di difesa nei confronti dell’erosione superficiale. In pratica le piante limitano l’azione battente della pioggia e l’erosione stessa, favorendo l’infiltrazione e l’accumulo/deflusso in un suolo poroso e ben radicato, riducendo la capacità di trasporto solido dell’acqua". Proprio quello di cui c’è bisogno.
Boschi, foreste e alberi sarebbero dunque la medicina naturale – accanto a una politica di de-cementificazione delle città – contro il degrado idrogeologico e l’effetto serra che cuoce il pianeta. Ma anche qui i problemi non mancano. Il patrimonio forestale italiano infatti, visto ai raggi X, sebbene ricopra un terzo del paese ponendoci nel gotha dei più virtuosi d’Europa, mostra numerose macchie nere là dove si moltiplicano gli incendi, e un bilancio sempre più in sofferenza per l’avanzare della desertificazione che colpisce soprattutto il Meridione. Se a livello planetario ogni anno si perdono 13 milioni di ettari di foreste (con un saldo di 8 milioni al netto della riforestazione), pari a una superficie grande quanto il Costarica, in Italia, dove il legname non si produce ma arde in grandi quantità, negli ultimi 20 anni gli incendi hanno distrutto 1 milione e 100 mila ettari di alberi, cioè un’estensione superiore a quella dell’Abruzzo pari a circa un ottavo dell’intera superficie boschiva (fonte Wwf, Incendiometro 2008).
La Sardegna conferma il triste primato di regione più flagellata dalle fiamme, con una estensione di 54,2 ettari ridotta in cenere a confronto di una media nazionale di 13,5 ettari. Alle spalle troviamo Calabria, Sicilia, Liguria e Basilicata. Fortunatamente la scorsa estate, grazie soprattutto al clima favorevole, si è registrata una diminuzione positiva del 60% sia del numero dei roghi sia degli ettari carbonizzati, ma le cause sono pronte a riesplodere. Brugnoli le attribuisce per il 98% ai comportamenti dell’uomo, alle sue imprudenze e al suo mancato rispetto delle norme. "Se i fattori predisponenti come vento, piogge, temperature, umidità, vegetazione secca abbandonata, possono favorire gli incendi o agevolarne la diffusione – motiva l’esperto del Cnr – sono generalmente i comportamenti umani, colposi e dolosi, la causa diretta dei roghi. Senza la scintilla provocata, l’incendio non ha inizio. E nella quasi totalità dei casi è l’uomo ad innescarla". Se poi la mettiamo in un’ottica squisitamente economica, l’Università di Padova si è incaricata di tirare le somme e, tra esborsi per il personale, per i mezzi di terra e gli elicotteri, calcolando il ripristino del patrimonio forestale compromesso e la diminuzione dei prodotti del sottobosco, è arrivata a un costo sociale e ambientale di oltre 500 miloni di euro l’anno. A questo va aggiunto il conto pagato nella moneta di Kyoto, cioè la riduzione dei gas serra. Durante un rogo si liberano infatti nell’aria, in media, tre le 50 e le 100 tonnellate di anidride carbonica per ettaro. Limitare gli incendi significa evitare questo "scongelamento" di CO², facendo risparmiare al paese fino a un miliardo di euro per il quinquennio 2008-2012, ovvero la cifra che servirebbe a tagliare i 10 milioni di tonnellate di CO² previsti nei protocolli sull’ambiente di Kyoto. Nell’Italia che va in fumo, un po’ di ossigeno ce lo possono dare solo gli alberi.  
 



Claudio Strano

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