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Frutta e verdura, paradosso italiano

 

Frutta e verdura,
un paradosso italiano

Mentre i medici consigliano 5 razioni quotidiane, i consumi calano (- 7 chili a famiglia in 7 mesi). Quando c’è crisi, gli italiani tolgono dal carrello prima di tutto ortofrutta e carni. E intanto l’agroalimentare soffre, tra diversificazione degli acquisti, export che non tira e politiche comunitarie tutte da riscrivere

La crisi nuoce indirettamente alla salute oltre che direttamente al portafogli. Lo si capisce frugando nei carrelli della spesa. Da una parte, infatti, resta sempre alta l’attenzione alla salute e al benessere e nessuno, nel nostro paese, è giustamente disposto a rinunciare alla qualità dei prodotti che pretende italiani. Dall’altra la crisi economica "morde" e la prima categoria alimentare che i consumatori vanno a tagliare qual è? L’ortofrutta. È un paradosso italiano. Ricordate le 5 razioni quotidiane di frutta e verdura consigliate dai medici nutrizionisti in un’ottica di prevenzione e tutela della salute? "È dimostrato che circa il 30% dei casi di insorgenza di un tumore – sottolinea il professor Dino Amadori, fondatore dell’Istituto romagnolo contro i tumori e autorità nel campo – può essere evitato grazie a una alimentazione sana ed adeguata". Eppure le cose vanno ben diversamente. Guardando i numeri, Domenico Scarpellini, presidente di Macfrut – la più importante rassegna del Mediterraneo su frutta e ortaggi – fa notare che "nei primi sette mesi dell’anno ogni nucleo familiare ha acquistato 7 chili di ortofrutta in meno rispetto allo stesso periodo del 2009 (4 kg di frutta fresca, 3 di verdura) per un taglio di spesa di circa 12 euro. E già lo scorso anno la media degli acquisti era in fase calante, avendo segnato un – 10 chilogrammi a famiglia". C’è dunque in atto una tendenza al "sacrificio" dell’ortofrutta nel paniere, compensata solo dall’aumento delle famiglie che la comprano. Questo dicono i dati curati da Gfk-Eurisko per l’Osservatorio dei consumi ortofrutticoli delle famiglie italiane di Macfrut. A chiudere il cerchio, il rapporto Censis/Coldiretti aggiunge che un quarto degli italiani mangerebbe più frutta se questa costasse un po’ meno.
Oltre a dover far riflettere i consumatori, il fenomeno preoccupa non poco le istituzioni e i vari attori della filiera. Siamo infatti i primi produttori in Europa di ortofrutta (tallonati dalla Spagna che è cresciuta molto) con il 25% del mercato e i sesti nel mondo con il 2%, ma conviviamo con una difficile gestione dei conflitti interni di mercato dovuta all’incontro tra sovraofferta (+20%) e sottoconsuno (-15%) che genera squilibrio e crisi ricorrenti. E l’export, sebbene in ripresa dopo un anno orribile come il 2009, non funge da adeguata valvola di sfogo: l’Italia resta solo al quinto posto tra i paesi esportatori in Europa (di mele, uva, kiwi e pesche). In questo quadro, la contrazione dei consumi è la classica febbre che aggrava il malato. Nel frattempo l’Asia continua la sua marcia inarrestabile verso la crescita. Il continente dagli occhi a mandorla è salito al 50% della produzione mondiale di frutta (+24% nell’arco di un decennio) contro il 13% dell’Europa. Cosa si fa allora da queste parti? Si discute. Noi e altri paesi del Mediterraneo siamo alla ricerca di una strada comune per nuove regole e nuove politiche contro i rinascenti protezionismi e per prepararci al temuto 2013, anno in cui la Pac (Politica agricola e alimentare comunitaria) scadrà con tutte le incognite del caso.
C’è persino il rischio che i sussidi europei vengano cancellati (eccetto che per gli eventi di crisi) per via degli "effetti distorsivi sulla concorrenza" denunciati dal Wto, ma soprattutto come conseguenza della penuria di risorse essendo, quello agroalimentare, il settore comunitario che più ne drena. Venti regioni ortofrutticole europee, per scongiurare il peggio, hanno sottoscritto in ottobre la "carta di Cesena", un decalogo transnazionale proposto dall’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Tiberio Rabboni. Rabboni tra i vari punti parla di "migliorare la redditività delle imprese agricole (-36% nel periodo 2000-2009, a livelli così bassi che ormai molti coltivatori affittano i campi per ospitare pannelli solari e centrali eoliche, ndr) e di rendere trasparenti i rapporti con la grande distribuzione e l’industria", non più nemiche ma alleate in un’ottica si spera finalmente di sistema. Sulla dinamica di tali rapporti vuole vederci chiaro l’Antitrust, l’authority garante della concorrenza e del mercato, che poche settimane fa ha aperto un’indagine conoscitiva per verificare se non vi sia lesione degli interessi dei produttori da parte della Gdo nella determinazione del prezzo e quale peso abbia la marca privata. Nel mirino sono finite le centrali di acquisto. "Finalmente un’indagine seria metterà in luce come stanno veramente le cose", commenta Vincenzo Tassinari, presidente del Consiglio di gestione di Coop Italia. Che ribatte: "Quando c’è sovrapproduzione, i prezzi scendono per la normale legge della domanda e dell’offerta". Le spine nel fianco per il settore, che pure rappresenta la seconda industria del paese con 120 miliardi di euro fatturati all’anno, sono da ricercarsi piuttosto nella polverizzazione dell’agroalimentare (6.500 aziende attive, il 95% delle quali sotto i 50 dipendenti) e nell’incapacità di fare sistema a difesa della qualità e del "made in Italy" all’estero.

Ma torniano al comportamento degli italiani davanti agli scaffali di frutta e verdura. La loro riluttanza va corretta attraverso una corretta educazione alimentare, ma va prima di tutto capita e interpretata. All’origine ci sono più fattori. Il primo coinvolge la percezione. Dai monitoraggi che fa Cooprisulta che l’ortofrutta è l’area principe in cui il cliente ricerca la convenienza. L’ortofrutta e le carni rappresentano i cosiddetti due "alfieri della convenienza", cioè classi di prodotto che si acquistano tutti i giorni e che vengono utilizzate, a prescindere dalla loro incidenza sui bilanci familiari, come pietra di paragone per scegliere in quale negozio recarsi a fare la spesa. Da qui l’occhio di riguardo della moderna distribuzione per freschi e freschissimi. C’è poi l’evoluzione delle abitudini alimentari che va verso una maggiore consapevolezza del consumatore. Il quale è diffidente verso una industrializzazione spinta dell’agricoltura, e nello specifico dell’ortofrutta domanda più freschezza, sapore e genuinità del prodotto: 9 volte su 10 sono questi i principali criteri di acquisto. La "sostanza" (finalmente verrebbe da dire) torna a prevalere sull’apparenza, la naturalità di una mela o di un’arancia è un valore più importante della loro bellezza e questo non è poco perché ne derivano conseguenze "virtuose" per il consumatore post-consumista. Il quale chiede più prodotto sfuso da scegliere personalmente, più controlli sulla sicurezza della filiera, l’italianità fornita "di serie" e il biologico come optional non più di lusso. Alcuni per accorciare la filiera e sottrarre quote di carburante all’ambiente preferiscono rifornirsi direttamente dal produttore (farmer’s market, Gas, Gruppi di acquisto solidale), altri si spingono fino all’autoproduzione (orti urbani). Tutto ciò comporta benefici ecologici (taglio di CO², riduzione degli imballaggi) e marca la differenza. Ma da qui a vedere il "chilometro zero" come una soluzione a tutti i mali (esiste pure un progetto di legge che concederebbe benefici e agevolazioni a chi produce, consuma e distribuisce prodotti coltivati entro un raggio di 70 km) ce ne passa. Più ragionevole è considerarlo una risposta esemplare ma con dei limiti oggettivi. Diversamente i settentrionali dovrebbero forse rassegnarsi a non mangiare agrumi? – è l’obiezione – e i meridionali a non bere Chianti?; e che dire di tutto l’import-export con l’estero? L’acquisto diretto è assai ben visto dalla Coldiretti "perché – sintetizza il suo presidente Sergio Marini– concilia la necessità di risparmiare con quella di garantirsi la sicurezza del cibo". Ma d’altro canto è innegabile che le contrattazioni sulla base di ampi volumi portano convenienza al consumatore, e nemmeno sulla salubrità e sui controlli è appurato, poi, che il produttore sotto casa offra maggiori garanzie di un laboratorio di analisi certificato. Anzi, molto spesso è vero il contrario.
Un altro corno del problema è rappresentato dall’offerta. Deve anch’essa rinnovarsi per soddisfare le esigenze del consumatore ed essere comunicata di più e meglio. Se vanno bene le pesche più dolci e saporite, l’uva senza semi, la quarta gamma (vegetali lavati e pronti per il consumo) e i prodotti funzionali verso cui si mantiene alta l’aspettativa, non è meno importante la cura dell’e-sposizione all’interno del punto vendita e l’efficacia delle campagne di comunicazione.
Ma alla fin fine, dove si riforniscono gli italiani tutti i giorni? In maggioranza scelgono la grande distribuzione (49,7%, +1% sul 2009) che però non è quel moloch che si vuol far credere. Forte resta il richiamo dei canali di vendita tradizionali: una buona metà degli italiani (molti di più se ci si limita al Sud Italia) si riforniscono ancora da ambulanti e mercati (23%, -1%) o dal fruttivendolo (19,6%, -0,4%). Per i surgelati, invece, siamo più simili al resto d’Europa: il 75% viene acquistato nella grande distribuzione, il 16,5% nei discount.

 



Claudio Strano

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