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Diseguaglianze che crescono

Diseguaglianze che aumentano

L'Italia è uno dei paesi in cui la distanza tra ricchi e poveri sta aumentando maggiormente. Il 10% più ricco della popolazione deteniene il 45% della ricchezza complessiva. E ci sono oltre 2 milioni di giovani fuori da scuola e mondo del lavoro

L'Italia è un paese sempre più diseguale, dove la distanza tra ricchi e poveri, tra chi ha poco e chi ha molto, sta progressivamente aumentando. Si tratta di una tendenza di lungo periodo che si è però ancor più accentuata durante la crisi di questi ultimi anni e che, come purtroppo in tanti altri casi, ci vede tra gli ultimi della classe rispetto alla media dei paesi europei. L’ultima certificazione viene dal rapporto Ocse pubblicato nel maggio scorso e dedicato proprio a come fronteggiare il problema della crescente diseguaglianza.
Qualche cifra? Secondo i dati di Bankitalia, se il 10% delle famiglie più ricche possedeva, nel 2004, il 42,9% della ricchezza complessiva, nel 2008 (ultimi dati disponibili) si era arrivati al 44,7%. Guardando al 10% delle famiglie più povere, che nel 2004 possedeva il 10,1% della ricchezza, nel 2008 questa fetta era scesa al 9,8%.

Il verdetto di Gini
Cifre ancor più nette vengono se si utilizza il coefficiente Gini, un modello statistico elaborato nel secolo scorso da uno studioso italiano (fu il fondatore e primo presidente dell’Istat) e ora utilizzato a livello mondiale come indicatore delle diseguaglianze in un paese. Il coefficiente Gini è un valore tra 0 e 1, più è basso (0 sarebbe l’eguaglianza perfetta) e più siamo di fronte a una distribuzione equa, più ci si avvicina a 1 e più ci sono disparità. Ebbene in Italia l’indice Gini è andato da 0,31 di metà anni ottanta, passando per lo 0,29 del 1991, allo 0,35 del 2008. È bene ricordare che nell’indagine Ocse, su 22 paesi considerati, in ben 17 l’indice Gini aumenta.
Per dare qualche raffronto, in Francia l’indice Gini è di 0,28, in Germania 0,30, in Danimarca e Svezia siamo allo 0,23 (i paesi più equi al mondo). Più alto dell’Italia è invece il dato degli Usa (0,38), un paese notoriamente di forti diseguaglianze, come anche la Polonia che è a 0,37 o il Portogallo 0,42. È poi interessante notare come, due paesi come Turchia e Grecia abbiano ridotto le diseguaglianze, mentre Francia, Ungheria e Belgio, comunque, non le hanno aumentate.
Se questa è la fotografia ufficiale, quelle delle statistiche già in archivio, c’è poi da aggiungere l’effetto della crisi che ha colpito duro e prodotto un ulteriore divario tra chi ha poco e chi ha molto. Da questo punto di vista, guardando solo alle ultime settimane, tra rapporti, studi e indagini, non c’è che l’imbarazzo della scelta, per trovare conferma delle medesime conclusioni.
Partiamo dall’indagine condotta proprio per conto di Coop dalla società Demos. Come ha spiegato il sociologo Ilvo Diamanti, per la prima volta da parecchi anni a questa parte, la percentuale di chi si colloca nella classe operaia (48,3%) supera chi si colloca nel ceto medio (42,8%). E pensare che solo nel maggio 2006 le percentuali erano più che rovesciate: (52,7% diceva di appartenere al ceto medio e 39,5% alla classe operaia). "La novità assoluta – spiega Diamanti – è che il senso di declino sociale non riguarda i soliti noti, come operai, pensionati e disoccupati, ma risucchia altri gruppi che si era soliti collocare più in alto".

Italia, 25% a rischio povertà
Dunque un paese che si sente più povero. Come conferma pure il recente rapporto annuale dell’Istat, nel quale si certifica che le famiglie perdono potere d’acquisto (meno 3,1% nel 2009 e meno 0,6% nel 2010) e son costrette a ridurre la quota di risparmio (la propensione al risparmio si attesta al 9,1%, valore più basso dal 1990 e per la prima volta sotto alla media degli altri paesi dell’Unione Europea). Del resto gli occupati nel biennio 2009-2010 sono scesi di 532 unità. E, sempre l’Istat certifica che ben il 24,7% della popolazione (cioè più o meno 15 milioni di persone) sperimenta il rischio di povertà o esclusione sociale (contro una media Ue del 23,1%). Un altro tassello di questo problematico mosaico italiano è quanto ha certificato l’Inps: il 50,8% degli oltre 16 milioni di assegni pensionistici che l’ente previdenziale italiano versa ogni mese, sono inferiori ai 500 euro al mese (e l’80% non arriva a quota 1.000).
Dunque siamo un paese con più poveri e dove c’è più diseguaglianza.
Ma dentro a questa immagine complessiva, merita siano fatti alcuni approfondimenti, perché ci sono categorie che più di altre pagano questa situazione, e sono in particolare i giovani e le donne. Perché se è vero, come tanti economisti (tra cui Giorgio Lunghini) hanno notato, che all’origine di questo aumento della diseguaglianza sta in primo luogo lo spostamento della ricchezza dai salari alle rendite finanziarie (un fenomeno mondiale di cui ci siamo più volte occupati nel parlare delle cause della crisi di questi anni ndr), anche stando solo dentro al mercato del lavoro, si scopre come anche qui le cose siano cambiate in peggio.

Le diseguaglianze tra chi lavora
Come spiega Maurizio Franzini, docente dell’Università La Sapienza e attento studioso di questi fenomeni, tra aumento della quota di lavori part-time o precari (secondo il rapporto Istat, nel 2010 circa 1 milione di giovani aveva lavori atipici o precari), ma anche per le distorte dinamiche salariali più generali, la distanza tra primi e ultimi si è allargata non di poco.
La struttura dell’occupazione in Italia e in Europa è andata verso una costante polarizzazione: da un lato sono aumentate le posizioni offerte a manager e professionisti con salari crescenti e, dall’altro, quelle offerte a lavoratori non qualificati per posizioni pagate sempre meno. Si sono invece ridotti gli occupati nelle fasce intermedie. Le differenze salariali sono così esplose. Non a caso gli studiosi hanno creato l’etichetta dei working poor, cioè persone che nonostante lavorino sono di fatto povere. Ecco le cifre: in Italia il 2,6% di chi ha un lavoro a tempo indeterminato e il 14,5% di chi ha un lavoro a tempo determinato, ha un salario mensile inferiore alla soglia di povertà.
Si scopre dunque come per lo meno inadeguata l’idea sin qui sostenuta dai teorici dell’economia liberale che bastasse fare una torta più grande (ovvero aumentare Pil e produzione), per dare a tutti qualcosa in più. No, la realtà dimostra che c’è chi prende fette sempre più grandi e chi ha fette sempre più piccole, anche se la torta si è allargata.
Franzini spiega anche come non sia la diversità di titolo di studio a originare queste differenze salariali: "In Italia l’82% delle differenze sono a parità di titolo di studio. Per un 35% pesa avere un lavoro temporaneo o meno. Dunque se anche vengo da una famiglia povera e mi laureo, non ho recuperato il gap di partenza. Il fatto è che è come se le differenze passassero di padre in figlio perché quel che da noi manca davvero è l’eguaglianza delle opportunità".

Neet, due milioni di giovani out
Chiarito (o scoperto) come anche il mercato del lavoro sia un creatore di diseguaglianze, c’è poi l’aspetto di chi al mercato del lavoro neppure riesce ad accedere. Sempre il rapporto Istat, oltre a segnalare che il calo dell’occupazione giovanile tra 2009 e 2010 è stato 5 volte superiore a quello complessivo, fissa in 2,1 milioni i giovani (tra i 15 e i 29 anni) cosiddetti Neet cioè che non lavorano né frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Dunque il 22,5% della popolazione di questa fascia di età che è fuori dal circuito sociale del lavoro e dell’istruzione e rischia fortemente di restarci.
Una prospettiva drammatica per il sistema paese. "In altre nazioni – spiega Chiara Saraceno, docente all’università di Berlino – dati come questi italiani avrebbero almeno aperto un dibattito attento e partecipato, individuando questo come un tema decisivo. Invece in Italia non è successo nulla". Il tema dell’inclusione sociale, della redistribuzione del reddito, con molta fatica spuntano nel dibattito politico. Un elemento sconfortante, anche perché, come sottolineato più volte dal premio Nobel, l’indiano Amartya Sen povertà e diseguaglianze non sono solo una questione economica, ma un problema che limita e impoverisce la democrazia di un paese.   
 



Dario Guidi

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