Ecco come le Coop Libera Terra affrontano la siccità che in Sicilia ha colpito duro. Il 50% della produzione di grano è andata persa e la situazione per gli agricoltori è drammatica. Libera Terra, nata su impulso dell’associazione Libera e del mondo cooperativo, gestisce i terreni confiscati alle mafie e li coltiva con l’agricoltura biologica. In Sicilia sono cinque le cooperative sociali di Libera Terra.
Nella zona dell’Alto Belice Corleonese, in particolare, opera la Cooperativa Placido Rizzotto, di cui è presidente Francesco Citarda. Si tratta di terreni situati molto in alto, a partire da 450 metri sopra il livello del mare. Appezzamenti considerati molto difficili da coltivare e prevalentemente argillosi. Però, così come può sbocciare un fiore nel fango, questi terreni, in controtendenza, hanno dato risultati oltre le aspettative proprio dopo il lungo inverno di siccità, a dimostrazione che la biodiversità delle imprese è sempre di più un valore su cui investire. «L’andamento climatico anomalo, con un inverno quasi inesistente e siccitoso, ha svolto un ruolo chiave nella campagna agricola – spiega Citarda, che è anche presidente del Consorzio Libera Terra Mediterraneo –. La cooperativa gestisce diversi fondi in terreni prevalentemente argillosi che trattengono molto di più l’acqua. E la coltura principale, come il grano duro biologico – sottolinea -, ha avuto la possibilità di prendere campo rispetto alle infestanti, contenendo la loro crescita. Grazie alle tecniche agronomiche applicate, la natura dei terreni e le poche piogge hanno favorito lo sviluppo della coltura principale, a discapito delle infestanti, permettendo così di ottenere una buona resa». Insomma, un’oasi nel deserto ma, soprattutto, «l’eccezione che conferma la regola, fatto che ci impedisce di gioire fino in fondo» sottolinea Citarda.
«Per il futuro, per chi fa agricoltura, è importante porsi tre domande – conclude –: Come continuare a produrre, viste le conseguenze del cambiamento climatico? Cosa produrre? Perché non è detto tra 30 anni potremmo portare avanti le stesse colture. E, infine: come riuscire a valorizzare in questo contesto quello che produciamo?». (Paola Benedetta Manca)
