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Bulli, vittime e senso di colpa

Genitorialità condivisa

Bulli, vittime e senso di colpa

Continua dal numero scorso l’approfondimento sui comportamenti giovanili tratto dal gruppo di mutuo-autoaiuto di S. Giorgio di Piano. Questa volta l’analisi si sofferma su passività e aggressività, due facce di un’unica medaglia

Appurato che il senso di colpa è generato dal sentimento della vergogna, insito in ogni uomo, lo psicoterapeuta dott. Cibelli rileva che bullo e vittima vivono uno stesso senso di colpa, indotto generalmente dalla famiglia. Il senso di colpa può sviluppare, infatti, due comportamenti opposti:
1) atteggiamenti di passività e chiusura, di ritiro, una sensazione di essere diverso, incapace. La vittima ha scarse difese contro il proprio senso di colpa e quindi non riesce a reagire; è introverso, resta dietro le quinte e si ritira. Nel tempo è sempre più portato a rilevare di se stesso incapacità e fallimenti, e questo filtro attenzionale si fissa come un vizio mentale che li rileva sempre di più. La vittima non reagisce perché teme di far vergognare i genitori, che gli hanno trasmesso in modo affettivo-ricattatorio (sennò sei cattivo, fai vergognare i tuoi genitori, i tuoi genitori devono essere orgogliosi di te, ecc.) regole talora troppo alte e inflessibili per lui (del tipo: non essere violento, non rispondere male, devi essere il più bravo, ecc.) o, viceversa, regole di vita basate sull’aggressività (del tipo: devi essere furbo, non farti mettere sotto, fatti valere, ecc.). Capita, a volte, che il bambino depresso si senta causa dell’avvilimento della propria famiglia, o artefice dei conflitti famigliari;
2) atteggiamenti aggressivi. Il bullo reagisce al senso di colpa, che gli deriva dal non sentirsi come i genitori lo vorrebbero, in senso opposto rispetto alla vittima. Infatti, rendendosi conto di avere dentro questo peso, lo vuole assolutamente negare perché gli procura una sofferenza eccessiva. Il bullo disdice l’educazione ricevuta in casa, si sente in colpa per questo, ma anziché ritirarsi reagisce con spavalderia che talora diventa trasgressione e violenza.
L’educazione ricevuta da bullo e vittima è, quindi, simile nel condizionamento dal senso di colpa, ma ciò che fa la differenza è il temperamento dei due soggetti. Il temperamento dei bambini ha infatti il suo ruolo anche nella risposta differente che i fratelli danno alla medesima educazione impartita dai genitori. Bullo e vittima cercheranno nelle relazioni, nei fatti che succedono, negli eventi della vita la conferma di come loro si percepiscono. Così capita che il bambino aggressivo cercherà le situazioni che gli permettono di esprimere questa sua modalità di sentirsi forte e potente, circondandosi di compagni che sostengono il suo ruolo (i gregari che, in cambio, otterranno favori), mentre la vittima cercherà conferma della sua incapacità, inferiorità, diversità. Questi atteggiamenti, però, alla lunga possono diventare un vizio mentale e dunque patologico, seppure curabile perché, imparando a difendersi e ad avere fiducia in sé, la vittima riuscirà a modificare il proprio atteggiamento, non essendo in genere ostinato e assolutistico. Per l’aggressore, invece, è più difficile cambiare perché, in genere, è un narcisista e nel tentativo di difendere le proprie sicurezze assumerà atteggiamenti sempre più assurdi e tendenti alla psicosi. Ma che differenza c’è tra temperamento, carattere e personalità?
In breve, il temperamento è un elemento che appartiene al soggetto fin dalla nascita, possiamo definirlo l’umore di base; il carattere è un tratto secondario che dipende dal tipo di educazione ricevuta, da come il soggetto è stato stimolato, inibito, lodato, punito, incentivato. È l’insieme degli atteggiamenti esibiti. La personalità è il sentimento di fondo del carattere che va al di là dei tratti e degli atteggiamenti esibiti. È un elemento che non cambia; è ciò che determina, ad esempio, il tipo di lavoro che scegliamo.

(continua nel prossimo numero)



Gabriella Sapori

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