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Biotecnologie, novità oltre gli Ogm

Biotecnologie, novità oltre gli Ogm

Ho letto che la ricerca sulle biotecnologie sta producendo risultati che potrebbero rappresentare una alternativa agli Ogm, intorno ai quali è accesa una disputa che dura ormai da anni. Cosa potete dirmi in proposito e cosa ne pensa Coop?
Diego Ruozzi – Piacenza

Risponde Claudio Mazzini
responsabile innovazione e valori di Coop Italia:

Da anni, argomenti quali il costante aumento dei poveri nel pianeta, i cambiamenti climatici e l’inarrestabile perdita di biodiversità occupano il dibattito internazionale. Spesso appaiono sui media notizie di Ogm che potrebbero risolvere il problema della fame nel mondo o debellare malattie. Ma dopo ogni annuncio roboante non se ne sa più nulla. Quel che si può dire è che, ad oggi, le colture disponibili sul mercato, a 20 anni dall’arrivo dei primi Ogm, sono solamente 4 (mais, soia, cotone e colza), tutte brevettate o per la resistenza a un diserbante e/o ad un insetto. Nessun prodotto che cresca senza acqua o che curi malattie.
In realtà, grazie anche a nuove ricerche e studi, le conoscenze di biologia molecolare e genetica sin qui finalizzate a produrre Ogm possono essere (meglio) usate per identificare in maniera rapida ed accurata le zone del Dna dove si trovano i geni responsabili delle caratteristiche quantitative o qualitative desiderate, selezionando quindi gli individui da destinare alla riproduzione. Agisce in questo senso una nuova tecnica denominata Mas (Marker Assisted Selection). Con questa tecnica si pratica una selezione assistita dei marcatori, di modo che la varietà ottenuta non contenga frammenti di Dna estranei alla specie cui appartiene (come invece avviene per gli attuali Ogm), dal momento che l’inserimento dei caratteri avviene come può avvenire, anche in natura, solo tra individui della stessa specie o affini.
Ciò conferisce a queste nuove varietà quelle garanzie di integrità ambientale che mancano agli Ogm rendendole più sicure per l’ambiente, più accettabili e quindi facilmente disponibili per l’utilizzo commerciale.
La Mas si è dimostrata particolarmente utile per selezionare varietà di diverse specie vegetali con accresciute capacità produttive, di resistenza agli attacchi parassitari, di maggior tolleranza alla salinità o con migliorate qualità nutritive.
A differenza degli Ogm sinora prodotti, destinati al mercato delle grandi colture  estensive, la Mas è stata utilizzata per migliorare varietà di grano, sorgo, miglio ma anche piselli, asparagi, carciofi, peperoni  e pomodori; prodotti destinati prevalentemente al consumo locale nei paesi in via di sviluppo o tipici della nostra dieta mediterranea. Ma oltre alla Mas la ricerca ha prodtto altri risultati interessanti. Esistono altre biotecnologie soft basate su tecniche che, oltre ad essere poco costose, possono essere adottate e sviluppate direttamente in molti paesi in via di sviluppo. Tuttavia è importante ricordare che all’innovazione scientifica si deve affiancare un nuovo modello di pianificazione e sviluppo della ricerca e delle sue applicazioni tecnologiche più trasparente e sotto il controllo dell’opinione pubblica.
Il coinvolgimento degli istituti di ricerca, dei portatori di interessi collettivi (associazioni ambientaliste, dei consumatori, rappresentanti della filiera agroalimentare) e delle istituzioni fin dai primi stadi della ricerca, consente di individuare i potenziali positivi e negativi del progetto sin dai primi livelli di valutazione. Ci sono quindi già le condizioni perché si possa superare lo stucchevole dibattito sull’opportunità o meno di ricorrere a piante transgeniche; esiste la reale possibilità di creare prodotti agroalimentari innovativi, in grado di rispondere alle esigenze ambientali e sociali valorizzando, al contempo, le produzioni di qualità e biologiche e il diritto di scelta dei consumatori.
Ricordiamo infine che tutte le Regioni italiane hanno raggiunto una posizione comune di chiusura alle coltivazioni degli attuali Ogm, perché non solo non sono una soluzione per l’agricoltura italiana, ma rischierebbero di inquinare e compromettere per sempre un patrimonio di 4500 prodotti tipici (di cui 181 anche certificati dalla UE), nonché quel milione di ettari coltivati con prodotti biologici che fa dell’Italia il primo produttore mondiale.

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