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Anche il Pil ha fatto il suo tempo. In cerca di nuove misure del benessere…



Anche il Pil ha fatto il suo tempo


 

Misurare solo la quantità non basta. Economisti in cerca di sistemi che tengano conto del benessere delle persone

 

Il re del Buthan, piccolo stato himalayano incastrato tra India e Nepal, è stato il primo a fare le cose sul serio, introducendo già da anni nel suo paese, come elemento per valutare l’andamento economico e sociale al posto del noto e celebrato Pil (il Prodotto interno lordo), il criterio della Felicità interna lorda. Se il riferimento alla felicità interna del Buthan può far sorridere qualcuno, che pensa si tratti di una qualche esotica invenzione, bisogna però subito dire che la voglia di superare o comunque rivedere lo strumento del Pil, quale misuratore insindacabile dello stato di salute delle nostre economie e quindi delle nostre vite, sta facendo sempre più proseliti anche nei paesi dove il capitalismo regna sovrano.

Un numero sempre più consistente di economisti e politici, ritiene infatti che il Pil, sia uno strumento limitato e in buona parte fuorviante, se i vuol davvero capire come sta un paese. Il suo limite è quello di legare ogni cosa alla quantità, ma di saper dire ben poco della qualità di vita e delle relazioni sociali: se si produce e si consuma, bene, altrimenti si declina. E il paradosso dell’automobilista fermo ore in coda che consumando benzina contribuisce ad accrescere il Pil, è il simbolo di queste contraddizioni. Per non parlare di chi fa volontariato: magari sta proprio bene nella vita, aiuta gli altri ma non ricevendo reddito è fuori dalle rilevazioni sul Pil. Una riflessione, quella sul superamento del Pil, che ben si lega al problema che pone il rapporto del World Watch Institute sullo stato del mondo (di cui parliamo in queste pagine): cioè passare da una logica di crescita quantitativa a una fondata sulla sostenibilità. E per far questo serve cambiare i paradigmi culturali.

Non a caso il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha affidato nei mesi scorsi a una commissione, composta da alcuni tra i più grandi economisti al mondo (dai premi Nobel Alfred Stiglitz e Amartya Sen, a Jaen Paul Fitoussi) il compito di cominciare a ragionare su come costruire nuovi criteri di valutazione dell’andamento economico e sociale. “Il lavoro della commissione – spiega il professor Enrico Giovannini, unico italiano a farne parte e ora presidente dell’Istat – si è concluso fissando alcuni punti importanti: occorre passare da un concetto di produzione a uno di benessere. Il Pil ci dice poco se vogliamo capire davvero come stanno le persone. Ad esempio se si valuta il reddito delle famiglie da solo o lo si valuta in relazione ai servizi ricevuti, il risultato cambia. Certo la commissione non ha trovato il Graal, cioè una misura unica che risolva tutto. Ci sono più fattori legati al benessere di cui tenere conto, dalla sanità alla conoscenza, dall’ambiente ai rapporti civici”.

C’è dunque un complesso lavoro di confronto e di discussione da portare avanti per cercare di costruire una sintesi condivisa per provare a misurare lo stato di salute di un paese tenendo più in conto le persone e la loro qualità di vita. “Anche perchè occorre ricordare che le statistiche da sole – conclude Giovannini – non ci dicono se una scelta o un percorso intrapreso sono sostenibili”. E dunque se non si inserisce anche una valutazione su ciò che lasciamo alle generazioni successive, ogni discorso resta monco. Intanto del Pil, che comunque continua a accompagnarci, possiamo e dobbiamo continuare a dubitare.


Dario Guidi

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