Salute e Bellezza

Quando la paziente è lei

INvisibili. Non ascoltate. Non calcolate. È il destino delle donne in molti ambiti, compresa la salute: ancora oggi sono assimilate agli uomini anche se hanno organismi e fisiologia diversi. Si ammalano diversamente. Reagiscono diversamente ai farmaci. Qualche esempio: le malattie dell’apparato osteo-muscolare e alcune patologie psichiatriche, soprattutto la depressione, colpiscono di più le donne. Gli uomini invece sono più soggetti ai traumi. Le donne vivono più a lungo, ma si ammalano di più e passano l’ultima parte della loro vita in condizioni peggiori. Insomma, la salute non è neutra e anche in medicina va applicato il concetto di diversità per garantire a tutti, uomini e donne, una reale equità e il miglior trattamento possibile in funzione della specificità di genere. 

L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la medicina di genere come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche – indicate col termine “sesso” – e socioculturali ed economiche, indicate col termine “genere” – sulla frequenza, i disturbi e la gravità delle malattie che colpiscono uomini e donne. Questa differenza non è data solo dal fatto che esistono malattie maschili o solo femminili – quelle cioè legate agli organi riproduttivi – ma dal fatto che le stesse malattie che possono colpire entrambi i sessi in modo diverso. «Noi identifichiamo la medicina di genere come medicina delle differenze – spiega Elena Ortona direttrice del Centro di riferimento dell’Iss (Istituto superiore di sanità) – che studia l’impatto che hanno su di noi gli ormoni, i cromosomi, i geni, ma anche la cultura e la società».

Malate di stress Ad esempio: perché le donne si ammalano di più di malattie autoimmuni? «Il sistema immunitario delle donne è più reattivo – afferma Ortona – più resistente alle infezioni e ai tumori, ma proprio per questo più esposto a infiammazioni o allergie. Va inoltre considerato che oggi le donne sono cariche di impegni di lavoro, sia fuori casa sia tra le mura domestiche, di certo più degli uomini. Per questo abbiamo un progetto che studia i problemi di salute dei caregiver (chi assiste stabilmente un familiare malato, ndr) a seconda del sesso: è noto che lo stress può influire in maniera diversa ed è una potenziale causa di malattie differenti, anche a livello cardiovascolare. Quando poi, con la menopausa, viene meno l’ombrello degli estrogeni che protegge le cellule del sistema nervoso, aumenta il rischio di ammalarsi di Alzheimer».

Anche le malattie cardiovascolari colpiscono di più l’altra metà del cielo. «Questa è una scoperta recente perché da poco – aggiunge la ricercatrice dell’Iss – c’è una migliore diagnosi, ad esempio dell’infarto femminile. Oggi, grazie alla medicina di genere, abbiamo scoperto che i sintomi, nella donna, sono diversi: non il classico dolore al braccio, ma stanchezza, nausea, dolori addominali. Per questo in passato un infarto poteva essere scambiato per un disturbo gastrointestinale e curato come tale». A grave rischio della salute, ovviamente.

Farmaci al maschile Anche gli studi per i farmaci sono sempre stati sviluppati su individui maschi. Ma la ricerca ha messo in luce che pure in ambito farmacologico ci sono differenze fondamentali.  «Oggi come oggi – spiega Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore italiano, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche Mario Negri – sui foglietti illustrativi dei farmaci ci dovrebbe essere scritto “questo farmaco non è stato studiato sulle donne”, perché è questa la realtà.  La carenza di studi fa sì che non sia possibile stabilire quale sia l’effetto di una medicina: non solo per quanto riguarda l’assorbimento e il metabolismo dei principi attivi, ma anche per quanto riguarda gli eventuali effetti avversi, molto più frequenti in un organismo femminile. Bisogna che anche la politica si muova: io stesso ho fatto un’audizione al Senato su questo tema e continuerò a battermi per fare in modo che la metà del mondo abbia farmaci adeguati». Negli esperimenti le donne non vengono incluse nemmeno quando i farmaci dovrebbero agire su patologie a prevalenza femminile. Il rischio di soffrire di depressione, ad esempio, è maggiore di più del doppio nelle donne, eppure le sperimentazioni vengono condotte solo su  uomini, sempre considerando quello maschile come sesso di base. 

Eppure dal 2018 c’è una legge che garantisce per la prima volta in Italia che la medicina venga orientata al genere in tutte le sue applicazioni a livello nazionale, sia nella sperimentazione clinica dei farmaci, sia per tutto il percorso di cura. «Ma purtroppo – prosegue Garattini – non è vantaggioso per l’industria farmaceutica fare quello che la legge chiede: ovvero avviare un doppio percorso di sperimentazione per gli uomini e per le donne. E ci sarebbe anche da mettere a posto tutto il pregresso, ovvero tutti i farmaci già sul mercato». E se una donna volesse mettere in sicurezza la propria salute rispetto ai farmaci, non è che possa semplicemente abbassare i dosaggi: «Lo facciamo ad esempio per i bambini. Ma non è detto che sia sufficiente – spiega Garattini – perché si tratta proprio di organismi differenti su cui il farmaco agisce in modo diverso. I comitati etici non dovrebbero accettare degli studi in cui non è chiaramente indicato qual è il rapporto tra maschi e femmine in fase sperimentale. Anche perché, tra l’altro, le donne prendono mediamente più farmaci, specie dopo una certa età, perché vivono più a lungo. Un esempio: soffrono di più di dolori cronici e in base ad alcuni dati sembrerebbe che la risposta femminile a certi oppioidi sia migliore… ma bisognerebbe capire se gli effetti collaterali sono maggiori o minori. Se sappiamo poco dei benefici di un farmaco sull’organismo femminile, ancora meno sappiamo dei rischi».

Malate immaginarie? A minacciare la salute femminile c’è anche il fenomeno del medical gaslighting, una forma di manipolazione psicologica che si manifesta quando un medico non prende sul serio o mette in dubbio in modo più o meno esplicito i sintomi riferiti dalla paziente, minimizzandoli o ignorandoli, insinuando che non siano reali o che magari derivino da altri motivi non imputabili a una patologia organica. Così la paziente resta senza diagnosi né terapie adeguate e può arrivare a dubitare di sé, della propria percezione e capacità di giudizio, sminuendo la sua stessa situazione. Quando ci si sente dire: “è tutto nella sua testa”, o “non ci pensi più, vedrà che le passa”, è probabile che si tratti di gaslighting. E spesso sono le donne ad esserne vittime, specie quelle affette da malattie croniche che colpiscono prevalentemente il sesso femminile, come ad esempio endometriosi, fibromialgia e dolore cronico. Oltre alla poca attenzione che la medicina dedica alle donne, il medical gaslighting è causato da un altro fattore: la difficoltà di diagnosticare determinate patologie che non hanno test specifici di laboratorio. Ma trattare i sintomi di una paziente con sufficienza, bollandoli come irrilevanti, fa sì che le donne sostanzialmente non si sentano ascoltate. Il che porta spesso a dubitare di sé, a trascurare la propria salute, a sentirsi inadeguate. 

«L’ascolto – conferma Ortona – è importante: diversi studi hanno evidenziato un differente rapporto medico-paziente se il medico è una donna. Per questo è necessario avviare corsi di aggiornamento e formazione, specie per quanto riguarda i medici di medicina generale e per tutte le specialità mediche. A livello di ricerca è ormai un dato di fatto che ci siano differenze importanti, ma per calarle nella pratica concreta ci vorrà ancora molto tempo. È stato da poco firmato dai ministri dell’Istruzione e della Salute il Piano formativo sulla medicina di genere, che prevede l’inserimento dello studio delle differenze nei corsi di laurea di tutte le professioni sanitarie e in tutte le specializzazioni. Perché non è solo la donna a essere svantaggiata, senza la declinazione di genere, ma anche l’uomo. Basti pensare all’osteoporosi: l’uomo non fa esami di screening perché sono consigliati solo alle donne, certamente le più colpite da questa malattia delle ossa. Ma in realtà ogni 4 milioni di casi femminili c’è un milione di uomini che ne soffrono e non fanno prevenzione appropriata. Così, quando un uomo si rompe il femore la conseguenza è più spesso la morte. Tenere conto del genere migliora non solo la salute delle donne ma anche quella degli uomini».

Una maggiore presenza delle donne nelle professioni mediche porterebbe a un ascolto maggiore, a una pratica rispettosa delle differenze? «Le donne – risponde Garattini – sono molto aumentate e oggi sono tante anche in questo ambito. Ma purtroppo ai vertici sono ancora troppo poche». Ecco, le donne devono contare di più, anche in ambito sanitario. Perché i numeri (fonte Istat) parlano chiaro: l’8,3% delle donne denuncia un cattivo stato di salute, rispetto al 5,3% degli uomini. E le donne hanno una probabilità 3 volte maggiore di essere colpite da depressione o disabilità. Sarebbe ora di ascoltarle.  

Tag: medicina, farmaci, donna, malattia

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