È boom per gli Integratori alimentari. Sono spesso gli stessi medici di base a suggerirne l’utilizzo: i fermenti lattici assieme agli antibiotici, la melatonina per dormire, il mirtillo per la vista. Non fanno male, dicono, e possono fare bene se assunti con le dovute cautele. Perché attenzione: gli integratori alimentari, se da una parte supportano la regolarità fisiologica del nostro organismo, dall’altra possono interagire con alcuni farmaci provocando reazioni avverse, ad esempio in chi soffre di allergie o è in stato di gravidanza, o negli anziani che seguono più terapie. Dipende dalle molecole, non dalla patente di prodotti “naturali”. Oppure, essendo concentrati di nutrienti, è facile una loro sovrassunzione in soggetti sani. Per fare un solo esempio, una comune compressa di vitamina C da 1.000 mg ne contiene quanto 10 arance, e proprio le vitamine – assieme ai prodotti antireflusso, ai preparati per la tosse e per l’insonnia – sono tra gli integratori più richiesti dall’esercito dei consumatori: ci sono quelle idrosolubili che facilmente espelliamo, ma anche quelle che si accumulano nei grassi. Da soli, i multivitaminici valgono un terzo di tutti i consumi di integratori.
Questi cocktail a scopi benefici, in gran parte di origine vegetale, possono dunque fare male, non solo bene, se presi con leggerezza. Contengono sostanze che si ritrovano anche nei farmaci, come l’acetilcisteina, un mucolitico per liberare le vie respiratorie, e altre che sono borderline, come la monacolina K del riso rosso fermentato, una molecola identica alla lovastatina che è una statina registrata come farmaco per il colesterolo.
Gli integratori alimentari non sono medicine
Gli integratori, comunque, non sono medicine, bensì coadiuvanti che sopperiscono a carenze nutrizionali comuni nella terza e quarta età; o che attutiscono le conseguenze di alcune scelte alimentari come la mancanza di ferro nei vegetariani o la poca vitamina B12 nei vegani; o che si propongono d’incrementare prestazioni sportive. Alcuni alleviano lo stress, altri, specie dal Covid in poi, sono ricercati per “mettere benzina” nel sistema immunitario: è il caso della famosa lattoferrina, per la quale, però, come per altri principi, non sono state trovate solide evidenze anti-Sars. In generale «i benefici non sono documentati», avvisano molti medici. Ma la serenoa e l’olio di semi di zucca, ribattono altri, sono utili per l’infiammazione della prostata, i betaglucani presenti nei funghi abbassano il colesterlo cattivo e sono immunostimolanti, l’eleuterococco fa bene in periodi di sovraffaticamento mentale a causa di studio o lavoro.
Sono pluricomposti, “supplementi di benessere” i cui vantaggi non sono mai garantiti e vanno comunque personalizzati. Magari sono impercettibili: la melatonina riduce di pochi minuti l’attesa e aumenta di dieci minuti al massimo il beneficio del sonno, mentre i farmaci lo aumentano di 40 minuti. Tutti aiuti, che non risolvono nessuna problematica conclamata. E che non sono, perciò, sottoposti ad autorizzazioni da parte delle autorità sanitarie, sebbene debbano, senza millantare qualità che non possiedono, rispettare a loro volta un determinato iter per entrare a far parte del Registro dei prodotti notificati del ministero della Salute (disponibile su pnrr.salute.gov.it). Ne devono essere dimostrate sia l’utilità sia la sicurezza. La legislazione, valida in tutta l’Ue (direttiva 2002/46/CE), pur essendo meno rigorosa di quella dei medicinali, impone obblighi su composizione, dosaggio ed etichettatura.
Sostegni, più che rimedi
Non chiamiamoli allora “rimedi”, ma “sostegni” utili in alcuni casi al metabolismo, in altri meno, in rapporto al regime alimentare seguito e allo stato di salute di ognuno. Diversi, a voler spezzare il capello, dai medicinali fitoterapici (piante o funghi i cui principi attivi sono ufficialmente approvati dall’Agenzia italiana del farmaco) e dai prodotti da erboristeria (iperico, ginseng, ecc.), che costituiscono una categoria a parte, ma non vanno anch’essi presi sottogamba, dato che possono essere tossici per fegato e reni.
La sommatoria dà migliaia di composti complementari alla medicina tradizionale per i quali vale il medesimo consiglio: il fai-da-te presenta rischi, meglio chiedere a medici o farmacisti competenti come evitare interazioni indesiderate nel proprio corpo, sia con farmaci e terapie in corso, sia tra di loro, e non eccedere mai nell’uso. L’Istituto Superiore di Sanità da oltre vent’anni ha istituito, per questo, un servizio di fitovigilanza, con un portale, “VigiErbe”, che raccoglie le segnalazioni di sospette reazioni avverse a integratori alimentari, cannabis, preparazioni magistrali a scopo dimagrante e altri prodotti “naturali”: sono tra 200 e 300 le sostanze che vengono inserite ogni anno, circa 4 mila dal 2002 a oggi.
Seguendo a dovere la dieta mediterranea non ci sarebbe bisogno di integratori. È meglio, precisa l’istituto Mario Negri sul suo sito, «assumere gli ingredienti che servono attraverso una dieta equilibrata». E avverte: «Non esistono integratori o prodotti in grado di compensare gli effetti negativi di un’alimentazione squilibrata o scorretta». È il cosiddetto food first approach, cioè il cibo viene prima di tutto. Intanto, però, alla bambina che non ne vuole sapere di mangiare frutta e verdura il pediatra prescrive le vitamine. Alcuni nutrizionisti si spingono molto oltre, nel dire che oggi la vita si è allungata e il cibo si è impoverito, per cui ci sarebbe bisogno del serbatoio sempre pieno di nutrienti per combattere l’invecchiamento e il logorio dovuto a stress cronico. Forse è per questo che c’è una voglia matta d’integratori in giro, un po’ anche per moda, un po’ come segno dei tempi.
Trenta milioni di italiani adulti che li utilizzano, secondo le ultime stime, con prevalenza nel Nord-Ovest, sono un’enormità. Più di 8 su 10 (83%) li hanno provati, secondo l’edizione 2024 della review “Integrazione alimentare: stato dell’arte e nuove evidenze scientifiche”. Ed essendo venduti liberamente, trovare questi pluricomposti in forme predosate nelle farmacie e parafarmacie, in erboristerie, supermercati e altri negozi, compreso l’online, è facile come bersi un bicchiere di… probiotico.
Integratori, di cosa parliamo?
Sono infatti i pre e probiotici i prodotti più richiesti, assieme a vitamine, sali minerali, aminoacidi, acidi grassi (come gli Omega 3), fibre e altre sostanze contenute nei cibi. Una grande famiglia di supporti “naturali” con funzione soprattutto di prevenzione delle malattie. Una famiglia allargata, tra salute, fitness e bellezza, che ingloba sostanze attive tra cui alcuni tipi di enzimi (ad esempio, la bromelina), fitosteroli, flavonoidi, fosfolipidi, melatonina, acido ialuronico in chiave anti-age, ecc. Chiamati anche nutraceutici, ampio è lo spettro dei loro impieghi, che va dal rafforzamento dello scudo immunitario a quello di unghie e capelli, dal potere degli antiossidanti sulla circolazione sanguigna a quello antirughe, con uno spazio di rilievo per lo sport, che tra sali minerali e barrette proteiche è tra i settori trainanti.
Ma siamo proprio sicuri che facciano bene?
Gli italiani non se lo domandano e spendono parecchio, anche 40 o 50 euro a scatola, per prodotti non mutuabili, non detraibili, né rimborsabili da assicurazioni private. Dai medici, ormai, la fila degli informatori di integratori alimentari è più lunga di quella tradizionale dei farmaceutici. Secondo i produttori, tutto ciò contribuirebbe a far risparmiare il Sistema sanitario nazionale: i casi di ospedalizzazione si ridurrebbero – dicono – se le persone over 55 o a rischio di malattie cardiovascolari assumessero Omega 3 regolarmente o se la popolazione a rischio prendesse giornalmente calcio e vitamina D per prevenire le fratture ossee. Vero? Falso? Di certo non si riducono le spese familiari, seguendo questa strada. Di certo gli integratori alimentari fanno bene a chi li vende.
Nel 2023, il comparto è volato a 4,5 miliardi di euro di fatturato, con l’Italia che si conferma il primo mercato europeo, coprendo il 26% del volume d’affari nell’area Ue. In crescita anche le esportazioni, che hanno raggiunto 1,9 miliardi di euro (fonte Unione Italiana Food su dati New Line). I dubbi sull’efficacia non scoraggiano gli acquisti, perché molti pensano che se non saranno risolutivi, possono comunque aiutare e l’effetto placebo almeno è garantito. Pur abusandone, 8 italiani su 10 hanno un’idea corretta di cosa realmente siano, sottolinea una ricerca del Future Concept Lab.
Sempre più prêt-à-porter
La tendenza generale è andare verso integratori specifici per bisogni specifici. L’offerta si allarga. Dalle erboristerie ci si sposta verso la grande distribuzione, dalle multinazionali specializzate a tante aziende anche di piccole dimensioni che si affacciano sul mercato. «Vanno molto i prodotti che intervengono sulle problematiche del sonno, a base di melatonina – dice Mila Devetag, business development di Coop Italia – o i depurativi e i lenitivi con soluzioni di aloe vera. Un altro trend importante è quello di energetici e tonici, che fin dalla mattina ci aiutano ad affrontare la giornata, e degli antireflusso». (clicca qui per conoscere la nuova linea di integratori Coop)
Sta cambiando anche il modo di assumerli: «Dalle classiche pastiglie e compresse si va su prodotti da consumare on the go, cioè in movimento, mentre si cammina o si lavora». È l’integratore prêt-à-porter, che si prende senza darlo troppo a vedere. Ecco il motivo per cui, accanto a blister, tubetti e spray, vediamo sempre più spesso soluzioni monodose da versare in bocca, succhi, sciroppi, barrette, stick e anche gummies, le caramelle gommose che piacciono a tutte le età. Guardando alla loro forma, quasi la metà dei millennials – fa sapere la ricerca di Future Concept Lab 2024 –, preferirebbe che fossero in capsule con involucro biotech (45%), oppure liquidi, in fialette di materiale bio (35%). Un integratore, meglio se sostenibile, non si nega a nessuno. Perché tutti, in fondo, hanno qualche carenza da colmare, possibilmente senza prendere medicine.
Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

1 Commento. Nuovo commento
Il punto sui fermenti lattici mi trova d accordo: spesso vengono presi alla cieca, senza sapere per quanto tempo né perché. Nel mio caso il medico me li ha consigliati dopo una terapia antibiotica e lì avevano senso, ma vederli usati tutto l anno mi sembra eccessivo. Su questi temi mi stavo documentando anche qui: https://proctowell.eu/it/ Articolo equilibrato, grazie.