Conti assistenziali, un capitolo spinoso. L’allungamento delle aspettative di vita, ha innegabili implicazioni sulla società, sull’economia (si parla di silver economy), sul lavoro e sulla bilancia pensionistica. L’invecchiamento pesa sulle nuove generazioni e, se la salute non è buona (il vero obiettivo della medicina della longevità), finisce per pesare ancor di più. Parlare soltanto di “aspettative di vita”, come si fa oggi, allontanando sempre più l’età pensionistica, è un modo di ragionare incompleto ed economicistico, che si scontra anche con i costi assistenziali denunciati dall’Inps.
Lo confermano i dati che vedono crescere 3 volte più rapidamente, dal 2008 a oggi, la spesa assistenziale rispetto a quella pensionistica, con effetti potenzialmente distorsivi per l’economia e lo sviluppo del Paese. La spesa assistenziale è quella per aiutare chi è in stato di bisogno per motivi di salute, età o disabilità o perché vive situazioni familiari fortemente disagiate. Sono 180 i miliardi a carico del fisco trasferiti dallo Stato all’Inps nel 2024 per oneri assistenziali, sostegno al reddito, decontribuzioni.
L’allarme esce dal 13° Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano, presentato in gennaio alla Camera dei Deputati. Al 2024 risultano in pagamento quasi 4 milioni di trattamenti di natura interamente assistenziale e quasi altrettanti parzialmente assistenziale. «Dovrebbe far riflettere il fatto che un Paese del G7 come l’Italia abbia 7,17 milioni di pensionati totalmente o parzialmente assistiti (quasi la metà del totale di 16,3 milioni, ndr), con un costo di circa 35,8 miliardi l’anno», è il commento del professor Alberto Brambilla, già sottosegretario al Welfare, oggi presidente del centro studi Itinerari Previdenziali.
Il parere di un’esperta
Esiste e quanto è forte il legame con l’aumento delle persone che hanno limitazioni funzionali e necessitano di accompagnamento o assegni di invalidità? «Un legame sicuramente c’è», risponde la responsabile del Centro studi e ricerche, Michaela Camilleri. «Quello che diciamo nel rapporto ha anche molto a che fare con i dati Istat sulla povertà. A differenza delle pensioni che sono sorrette da contribuzione di scopo, infatti, tutti questi trattamenti gravano completamente sulla fiscalità. Una quota è fisiologica, ma forse mancano adeguati controlli o ci sono requisiti troppo favorevoli per accedere alle prestazioni, considerando l’accelerazione del dato. Il nostro rapporto mette dei campanelli d’allarme. Così com’è, la bilancia previdenziale è in equilibrio. Se guardiamo però ai trend demografici non possiamo permetterci di slegare l’età per la pensione dall’aspettativa di vita, perché è uno dei meccanismi di stabilizzazione del sistema pensionistico. Ci sono comunque delle modalità per uscire in anticipo dal mondo del lavoro, che rappresentano una risposta al grande tema della longevità».
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