A chi non è mai capitato di consumare troppe patatine, gelato, cioccolato o altri alimenti particolarmente graditi? La voracità è un tratto del comportamento alimentare che può capitare anche quando, cognitivamente, sappiamo che sarebbe stato preferibile limitarsi. Una delle tante dimostrazioni che la nostra volontà non ha il controllo cognitivo completo del comportamento alimentare. Le funzioni cognitive hanno luogo prevalentemente nella parte più superficiale del cervello, chiamata corteccia cerebrale; altri centri situati in profondità, come l’ipotalamo e i centri della gratificazione, in alcune situazioni possono eludere la volontà. Ad esempio, momenti particolarmente stressanti, forti reazioni emotive, deprivazione quantitativa e qualitativa del sonno possono rendere il controllo volontario meno efficace. La consapevolezza dell’origine neurologica di questo comportamento dovrebbe aiutare a ridurre il senso di colpa associato alla perdita del controllo, che si osserva soprattutto in persone in sovrappeso.
Voracità associata a vergogna, ma…
Nel corso degli anni ho notato come il tema della voracità sia questione molto personale, trattata con discrezione e riserbo, alle volte associata a vergogna. Non si parla di episodi compulsivi che, per entità e frequenza, possano caratterizzare veri e propri disturbi del comportamento alimentare, quali bulimia o binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata), ma di perdite di controllo che avvengono nella maggior parte delle persone. Esiste una interessante ragione evolutiva che contribuisce a spiegare perché esista questo tratto del comportamento alimentare; il professor Yuval Noah Harari ne parla nel saggio “Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità”, in particolare in un passaggio: “Se una donna dell’età della pietra si fosse imbattuta in un albero carico di fichi, la cosa più sensata da fare sarebbe stata mangiarne quanti più possibile sul posto, prima che il branco di babbuini locale spogliasse completamente l’albero”.
L’albero di fichi
L’Homo sapiens è stato cacciatore-raccoglitore per quasi tutti i 300 mila anni della sua esistenza: la rivoluzione agricola è avvenuta solo 10 mila anni fa. Questo significa che, per la maggior parte della nostra evoluzione, non abbiamo avuto riserve di cibo e, quando era a disposizione, era vantaggioso consumarne in abbondanza. E ora, che da meno di un secolo abbiamo a disposizione alimenti studiati per essere buoni, ubiquitari e alla portata di tutti, dovremmo sempre essere capaci di controllarci? Questo è neurologicamente ed evolutivamente impossibile, e anche per questo nessuno dovrebbe sentirsi in colpa o vergognarsi di un tratto comportamentale che è normale nell’Homo sapiens. Oggi ha perso ragione di esistere e, se una donna del XXI secolo si imbatte in un albero carico di fichi, e ne è golosa, la cosa più sensata da fare sarebbe resistere dalla tentazione di mangiarne quanti più possibile ed eventualmente portarli a casa per consumarne l’equivalente di 2, massimo 3 porzioni al giorno. Ma se desiderava da tempo trovare fichi perfettamente maturi, se fosse stata una giornata pesante e sentisse borbottare il suo addome, allora non dovrà sentirsi in colpa né vergognarsi se li gusterà fino a piena soddisfazione. Certamente oggi è più probabile imbattersi in cibo spazzatura piuttosto che in un albero di fichi maturi, ma questo è un altro argomento.
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