Torna l’autunno, la vendemmia è fatta e già si comincia a diffondere l’odore dei tini cantato da Giosuè Carducci in una poesia che tanti conoscono a memoria. Il vino non è ancora pronto ma non tarderà ad arrivare, e in questo clima di attesa mi sono venute in mente le raccomandazioni rivolte ai monaci medievali.
La regola di San Benedetto e il vino
A partire da quella di Benedetto, che al capitolo 40 della sua Regola (VI secolo) invita a un consumo moderato di vino, senza però escluderlo dalla mensa dei fratelli, anzi considerandolo una presenza ovvia sulla tavola. È vero, infatti, scrive Benedetto, che in linea di principio il vino non sarebbe adatto ai monaci perché “fa traviare anche i sapienti”, ma “poiché ai nostri tempi non è possibile convincerli di questo, almeno accordiamoci di non bere fino alla sazietà, ma in modo sobrio”, fermo restando che non si può stabilire un limite unico per tutti: in generale “crediamo che sia sufficiente un’emina di vino al giorno”, che sarebbe poco più di un quartino; ma se le condizioni del luogo o la fatica del lavoro o l’arsura estiva richiedessero una misura più abbondante, il superiore avrà la facoltà di concederlo, sempre vegliando che non sopraggiunga l’ebbrezza.
Non si tratta solo di quel principio di equilibrio e di “discrezione” che pervade il pensiero benedettino. Il fatto è che nel Medioevo (“ai nostri tempi”), così come per secoli fin quasi ai giorni nostri, il vino fu considerato la bevanda per eccellenza, la più sicura e igienica e in fondo l’unica su cui fare affidamento, anche a prescindere da motivazioni energetiche e, diremmo noi, “caloriche”. Oltre all’acqua, di cui si diffidava per la difficoltà di trovarla perfettamente potabile, cos’altro si sarebbe potuto bere? In certe regioni (non in Italia) la birra, o il sidro: alternative che non cambiavano il senso del discorso, e comunque cedevano al vino ogniqualvolta esso fosse disponibile, vuoi prodotto sul posto, vuoi importato dai luoghi di produzione.
Che bere significhi bere vino (in Romagna l’equivalenza è ancora nell’uso dialettale: “e bé” è il vino e nient’altro) era un’ovvietà per tutti, monaci compresi. Anche in un contesto come il loro, improntato al sacrificio e alla penitenza, il vino era una presenza scontata. Raccomandare la sobrietà era il modo per contemperare due esigenze apparentemente contrarie.
Anche a Camaldoli si beve
Ma se si beve poco, almeno si beva bene. Questo lo leggiamo, con una certa sorpresa, nelle “consuetudini” dell’abbazia di Camaldoli, scritte nel XII secolo dal priore Martino. Anche a questi eremiti, che seguivano regole particolarmente rigide, il vino era consentito, pur se “di rado e con sobrietà”. In certi periodi l’astinenza è assoluta e si deve bere solo acqua – come esercizio di penitenza. Negli altri periodi, quando il vino si può bere, deve essere dato “di pura qualità e schietto”. Se lo si trovasse guasto, inacidito o ammuffito “si potrà servire ad altri [ospiti e pellegrini?] e per gli eremiti se ne procuri dell’altro conveniente”. Insomma poco, ma buono. Raccomandazione che facciamo nostra.
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