Il nome corretto è “sindrome del colon irritabile”, ma alle volte viene chiamato più semplicemente “intestino irritabile” o colite. Il sintomo principale è il dolore addominale, in genere associato a gonfiore, distensione e meteorismo, che solitamente migliorano con l’evacuazione; possono poi essere presenti urgenza evacuativa, stitichezza, oppure un’alternanza tra le due. Capita frequentemente di visitare pazienti con questi sintomi: difatti, secondo quanto pubblicato da Lencet Gastroenterology & Hepatology, la prevalenza globale varia dal 4 al 9% della popolazione adulta; in Italia, Humanitas e Società Italiana di Medicina Generale indicano una prevalenza del 10% della popolazione, mentre secondo l’Istituto Auxologico arriva a colpire 1 persona su 5 (20%). Si stima che quasi 1 visita su 3 dal gastroenterologo sia dovuta a questa sindrome. Tuttavia, frequentemente il paziente rimane deluso dalla diagnosi: non ha problemi organici significativi, dunque non sembra esserci una cura specifica, se non qualche rimedio puramente sintomatico.

Una possibile risposta è stata data da un gruppo di ricercatori australiani che ha studiato accuratamente un approccio dietetico chiamato Fodmap, acronimo inglese dei nutrienti che possono essere fermentati, come oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli. I Fodmap sono presenti, ad esempio, in diversi tipi di frutta e verdura, nei legumi, nel grano, nella segale, in latte e latticini e in alcuni dolcificanti. Riducendo la loro assunzione nella dieta si riduce uno dei sintomi più fastidiosi: il gonfiore dovuto alla fermentazione intestinale da parte del microbiota (flora batterica intestinale), e in tal modo anche il dolore e altri sintomi migliorano. I risultati non sono tuttavia conclusivi, soprattutto in merito a cosa succede con la reintroduzione di tali nutrienti, che, per la maggior parte, è sconsigliabile eliminare per lunghi periodi. Anche l’ente governativo inglese Nice (National Institute for Health and Care Excellence) ha proposto una variante meno restrittiva, chiamata anche Nice-modified diet, che tuttavia non risolve il problema di come reintrodurre gli alimenti che possono scatenare i sintomi.

L’aspetto più interessante dell’interazione tra dieta e sindrome del colon irritabile viene mediato dal microbiota, e in particolare da come fermenta nutrienti che sappiamo essere utili alla nostra salute, come le fibre, nonché dall’interazione con le cellule del nostro intestino che sono in grado di rilasciare ormoni. Può sembrare fantascienza, ma il microbiota può essere trapiantato, e alcuni studi hanno mostrato come una modifica importante del microbiota, come quella che avviene in seguito al trapianto, possa migliorare significativamente i sintomi della sindrome del colon irritabile. Tuttavia, il trapianto di microbiota è una procedura sperimentale, che può essere praticata esclusivamente in pochi centri ad alta specializzazione, in quanto non è ancora chiaro come eseguirlo al meglio, e non è scevro da effetti collaterali.

L’auspicio è che in futuro si trovino ulteriori proposte applicabili a più persone, come quelle oggetto di ricerca della professoressa Maria Rescigno sull’utilità di particolari post-biotici: sostanze prodotte dal microbiota che, in alcune persone, vengono prodotte in quantità insufficienti e possono essere integrate.

Tag: colite, colon irritabile, Fodmap, microbiota

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