Alla vigilia delle elezioni europee emergono due interrogativi cruciali: quali sfide dovrà affrontare il nuovo Parlamento per garantire la tutela dell’ambiente ma, allo stesso tempo, difendere i diritti dei consumatori? Stiamo davvero per assistere – come molti affermano – a un rallentamento, se non a una vera e propria battuta d’arresto del Green Deal? La Commissione europea ha costruito le basi per il conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Sarà tuttavia compito del nuovo Parlamento realizzare gli obiettivi previsti per il 2030, riducendo l’impatto del cambiamento climatico e garantendo che la transizione sia bilanciata anche in termini socioeconomici. È per questo che il nostro voto (consapevole) è davvero decisivo.

Come si legge nel report di ECCO Climate, potrebbero delinearsi quattro scenari in termini di politiche climatiche dell’UE. Qualora dominasse una coalizione di centrodestra, dominata dal Partito Popolare Europeo, le azioni climatiche potrebbero perdere slancio a favore della protezione dell’industria tradizionale. Nonostante una maggioranza ridotta rispetto al 2019, potrebbe però verificarsi anche una riconferma dell’attuale coalizione e del mandato per Ursula von der Leyen, con una conseguente continuità delle iniziative del Green Deal già in atto. In alternativa, potrebbe prevalere un’alleanza esclusivamente di destra – che esclude i Socialisti ma include i Liberali – la cui eterogeneità, già causa di diversi disaccordi su questioni essenziali (una tra tutte, la guerra in Ucraina) prelude a posizioni incerte, e quindi rischiose, in tema di ambiente. Se invece si formasse una coalizione estesa (PPE, Socialisti, Liberali, Verdi) – dunque con una maggioranza più ampia rispetto ai precedenti scenari – gli obiettivi di sostenibilità potrebbero essere raggiunti con maggiore determinazione.

Nonostante gli assetti politici siano molto cambiati rispetto alle ultime elezioni, è improbabile che si verifichi una rivoluzione delle linee climatiche in atto nell’UE – escluso il caso di una vittoria netta dei partiti di destra e di un conseguente accordo che destrutturi il Green Deal. È vero, l’inflazione sta gravando a tal punto sui nostri acquisti da aver indotto a percepire come insostenibili le politiche ambientali dell’UE. Ma prima di votare è cruciale chiederci se siano davvero quest’ultime a complicare la situazione, o se piuttosto la radice del problema non risieda in un modello produttivo che si è rivelato totalmente fallimentare, per noi e per il nostro pianeta. Il nemico non è il Green Deal, ma proprio quel sistema che intende riformare, basato su modelli di consumo e produzione insostenibili.

A giugno, non dobbiamo dimenticare che il Green Deal non è solo una visione: è una serie concreta di azioni e politiche progettate per la tutela di noi consumatori. Lo dimostrano iniziative come il diritto alla riparazione, che informa sulla riparabilità e durata dei prodotti, contribuendo alla riduzione dei rifiuti e stimolando la crescita di un’economia circolare. O decisioni come la legge contro il greenwashing, che assicura che ognuno sia dotato degli strumenti necessari, ovvero di informazioni trasparenti e veritiere, per compiere scelte di acquisto consapevoli; che ci protegge dall’inganno di un “verde” che, dietro la sua patina, nasconde in realtà un “veleno” per il nostro pianeta. Oggi più che mai nella storia dell’umanità – a fronte di temperature record, eventi climatici estremi e disastri ambientali – il nostro voto sarà molto più di un atto democratico: rappresenterà una dichiarazione di intenti per il futuro che possiamo e dobbiamo costruire. Un futuro che per essere davvero “futuro” dovrà essere guidato da una politica che abbia come primo punto della sua agenda la salute della nostra Terra.

Tag: cambiamento climatico, elezioni europee, Green Deal, politiche ambientali, sostenibilità

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