«Venendo a umili argomenti, direi che la diversità tra l’Emilia e la Toscana si scorge anche nel suo modo di alimentarsi». Così Guido Piovene introduceva alcune considerazioni sulla cucina toscana (che definiva «un’arte», mentre in Emilia trovava più «passione») nel suo celebre Viaggio in Italia, un fortunato ciclo di trasmissioni radiofoniche messe in onda tra il 1953 e il 1956, poi raccolte in un volume dallo stesso titolo, pubblicato da Mondadori nel 1957.
Il “Viaggio” è una delle opere più note di Piovene, attento osservatore della realtà del suo tempo. Alla radio raccontava bellezze e bruttezze dell’Italia di allora, un paese in rapida crescita, dove il dramma del dopoguerra stava lasciando il campo a un “boom” economico vicino a esplodere. Raccontava di paesaggi e di opere d’arte, di città dissestate che a poco a poco riprendevano vita fra mille problemi e mille opportunità. Raccontava di palazzi e musei, di industrie e botteghe, di luoghi di socialità. E di ogni luogo, «venendo a umili argomenti», non mancava di accennare ai caratteri della cucina, delle tradizioni alimentari e gastronomiche.
In quegli anni, i media riservavano crescente attenzione al cibo. Tra il 1957 e il 1958 Mario Soldati girò per la televisione nazionale il suo geniale Viaggio lungo il Po, principalmente rivolto «alla ricerca dei cibi genuini» anche se con un occhio di riguardo alle novità dell’industria alimentare. Bisognerà aspettare gli anni settanta per incontrare un programma televisivo interamente dedicato alla cucina e al “discorso” gastronomico: si chiamerà “A tavola alle sette” e sarà condotto da Luigi Veronelli e Ave Ninchi. Poi, a poco a poco, si arriverà all’odierno profluvio: dagli anni novanta lo spazio dedicato a questi temi da radio e (soprattutto) televisione diventa invadente e invasivo. Oggi, a qualsiasi ora del giorno o della notte, è impossibile non trovare qualcuno che spadella in qualche canale TV. Quasi un’orgia, che qualcuno ha voluto definire «pornografia ali-mentare».
In effetti, una deriva c’è stata. Accanto a programmi intelligenti e informativi non mancano format volgari e, a parere di molti, diseducativi. Tuttavia, sarebbe miope non vedere in tutto ciò anche un elemento positivo: aver dato finalmente al cibo il posto che merita, averlo, per così dire, “sdoganato” dallo stato di minorità in cui per lungo tempo ha vissuto, quasi si trattasse di un tema vile, volgare, comunque “minore” rispetto ai temi “alti” della cultura. Un tipico pregiudizio di stampo idealista. Io credo che, fra molte contraddizioni e con i dovuti distinguo, si possa salutare con piacere l’irruzione massiccia del cibo nelle nostre private attenzioni e in quelle pubbliche dei media. E fa quasi tenerezza rileggere, a mezzo secolo di distanza, le parole di Guido Piovene: «venendo a umili argomenti…».

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