Mi capita sempre più spesso di incontrare persone, soprattutto giovani, che bevono per strada, sorbendo bevande calde o fredde (caffè, birra, acqua eccetera) mentre camminano tra un semaforo e l’altro, o si soffermano davanti alle vetrine. Nei paesi anglosassoni ciò accade da decenni ed è quello il modello, anzi la moda.
Il cibo e la bevanda “di strada” sono una pratica antichissima, che risponde a esigenze primarie dell’uomo: fermarsi, riposarsi, riprendere forze ed energie. Ristorarsi. La strada, il cammino qui davvero diventano la metafora della vita, che non procede senza soste. Ma appunto: fermarsi, ogni tanto, è necessario. All’osteria si sosta per mangiare un boccone e bere un bicchiere. Magari senza sedersi: le “ombre” venete e friulane si prendono spesso al volo, dalla finestra che un oste apre sulla strada; ma per qualche minuto si sta lì a gustare il frizzantino, assaporandolo come merita.
Come merita. Bere camminando, così come mangiar camminando, a me pare irrispettoso nei confronti del proprio corpo e di ciò che gli si sta offrendo. Come se si volesse nutrirlo, dissetarlo, ristorarlo senza che lui se ne accorga. Mentre sta facendo altro. Mi viene in mente un passo delle «Vite dei Padri del deserto», gli asceti che nel IV secolo abbandonavano le città per andare a vivere nelle aride solitudini dell’Egitto, della Palestina, della Siria, ricercando la perfezione spirituale e la pace interiore attraverso la mortificazione fisica e la rinuncia ai piaceri del corpo. Di uno di questi eremiti, di nome Pior, si legge che «era solito mangiare passeggiando. Uno gli chiese: ‘Perché mangi così?’. Disse: ‘Non voglio fare dei pasti un lavoro, ma un’occupazione secondaria’. A un altro, che poneva la medesima domanda, rispose: ‘Perché, mentre mangio, la mia anima non provi un godimento materiale’».
Ecco il punto: fare più cose in una volta ci impedisce di gustarle appieno. Padre Pio lo perseguiva volutamente: distrarsi, fare altro mentre mangiava e beveva, in modo da ingannare il corpo e impedirgli di godere appieno il sapore di ciò che assumeva. Ridurre il nutrimento a pura funzione fisiologica, cancellando (nei limiti del possibile) l’esperienza gustativa.
Il paragone è forse eccessivo, ma non riesco a togliermi dalla testa che mangiare o bere camminando (o guardando un film, o facendo qualsiasi altra cosa) sia un gesto di disattenzione che ci allontana da quello che stiamo facendo. Pior, e altri come lui, ben consapevoli del piacere che il mangiare e il bere danno al corpo, sceglievano di farlo allo scopo preciso di negarsi quel piacere. Farlo per darsi un contegno, semplicemente perché è di moda ed è “trendy” tenere in mano un bicchiere di carta, una bottiglia di plastica, una lattina, mi sembra un gesto inutilmente sciatto.

Massimo Montanari

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