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Strada o bosco? Così l’ambiente finisce nel mirino

Il territorio italiano è asservito a interessi di ogni risma e colore, fuorché quelli che ne preservino le caratteristiche naturali. Conferme in tale senso ci arrivano ogni giorno, e spesso si annidano nei dettagli apparentemente più piccoli. All’isola d’Elba, in pieno parco nazionale, con vincoli comunitari e zone di protezione speciale (zps), uno dei più piccoli comuni d’Italia vorrebbe costruire una strada che snaturerebbe i luoghi e sarebbe addirittura esiziale per una delle residue popolazioni della rarissima felce tirrenica Dryopteris thyrrena, inclusa nella lista delle piante in via di estinzione e che si trova solo in pochissime altre zone in Italia, Francia e Spagna.
Il sindaco fa fuoco e fiamme per avere la strada e adduce ragioni di sicurezza che sono la nuova pensata, in tutta la penisola, per stravolgere i vincoli ambientali: se non c’è la strada non ci possono arrivare i Vigili del Fuoco o le ambulanze. Peccato che non ci siano praticamente residenti in quei luoghi (se non d’estate) e che molti di quelli che vivono lì attorno la strada non la vogliono affatto. E che la sicurezza sia comunque garantita dalla scarsa distanza e da possibili alternative.
La stessa scusa viene utilizzata per impiantare cisterne all’aperto nei giardini delle ville: dovrebbero servire per gli elicotteri antincendio, in realtà diventano piscine (come se non ci fosse il mare a due passi). Non è un fenomeno locale: l’Italia è spezzettata da oltre 300.000 km di strade e stradine, senza contare quelle bianche o quelle aperte abusivamente. Non si vede bisogno di nuove strade, tantomeno dove si minaccia l’esistenza di specie rare e dove il paesaggio è un valore fondante anche dal punto di vista economico. E tantomeno se ne vede il bisogno se ci sono alternative: nel caso specifico una monorotaia a cremagliera a scarso impatto e fortemente innovativa da un punto di vista tecnologico che assicurerebbe gli interventi d’emergenza, ma non piace agli amministratori.
Questa è solo una piccola storia locale, ma ha un valore paradigmatico che la dice lunga sugli interessi cui è asservito il nostro territorio: una strada di qua, una camera in più di là e così via franando e crollando. Perché una delle ricadute più negativa di quel tipo di interventi è proprio il dissesto di territori e immobili. A Sarno, dove nel 1998 le colate di fango causarono 150 vittime, addirittura l’ospedale era stato eretto senza i necessari controlli e molti sono tornati a costruire in zona rossa, dove proprio non si potrebbe. Il piano casa governativo consentirà di autocertificare i lavori di ristrutturazione e di ritenerli approvati se non si avrà risposta dall’autorità in trenta giorni. E chi controllerà i controllori? Il tutto per interessi di parte che raramente coincidono con il bene comune. In attesa di nuovi condoni edilizi, più o meno tombali, che ci spingano tutti ad abbandonare finalmente un paese il cui paesaggio sarà definitivamente nascosto da case e strade.

Mario Tozzi

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