Secondo lei

Solo l’educazione può arginare la violenza

Educazione contro violenza giovanile, immagine di adulto che parla con ragazzo adolescente

Quando una società risponde alla violenza giovanile con strumenti di controllo, compie una scelta precisa: rinunciare all’educazione per affidarsi alla paura. È una scelta che dice molto di come guarda ai suoi giovani: non come a soggetti in crescita, ma come a potenziali pericoli. Il messaggio che arriva è chiaro, anche quando non viene esplicitato: “Ti temo, quindi ti sorveglio”. Invece di inter­rogarsi sulle condizioni che rendono fragile un contesto educativo, si preferisce irrigidirlo. Invece di trasformare le scuole in spazi capaci di accogliere il disagio, si punta alla repres­sione. Eppure, la sicurezza non nasce mai dalla paura. Nasce dalla costruzione di legami, dal sostegno alle famiglie più esposte, da una scuola che non si limita a trasmettere nozioni, ma che insegna a stare dentro le emozioni, i conflitti, le differenze. Nasce, soprattutto, da una comunità che non lascia soli né i ragazzi né gli adulti chiamati ad accompagnarli.

La cultura della legalità non può fondarsi sull’intimidazione, ma sull’esperienza quo­tidiana di relazioni giuste. Per dare senso, bisogna averlo. Per educare, bisogna abitare ciò che si dice. Per arginare la violenza, bisogna tornare a costruire comunità. Tanto più che, quando una società normalizza il controllo come risposta ai problemi sociali, modifica il proprio linguaggio simbolico. Come si può parlare di rispetto ai giovani, se il discorso pubblico è sempre più aggressi­vo, semplificato e polarizzato? Come si può chiedere responsabilità ai ragazzi, se il primo modello offerto è quello della delegittimazio­ne dell’altro?

L’educazione responsabilizza

Punire e controllare è facile. È una risposta rapida, visibile, rassicurante. Educare, invece, è difficile. Perché significa esporsi e assumersi il rischio della relazione. Significa accettare che non tutto è immediatamente misurabile e che il cambiamento non si produce per decreto. Ma è solo l’educazione che genera responsabilità. La violenza non si disinnesca con la minaccia della sanzione, bensì con la possibilità di dare senso a ciò che si vive. Con l’esperienza concreta di appartenere a un mondo che non tratta i suoi giovani come problemi da contenere, ma come vite da accompagnare.

Ogni società, in fondo, si giudica da questo: dal modo in cui risponde alla fragilità. Se la trasforma in colpa, sorvegliandola e repri­mendola, oppure se la riconosce come parte costitutiva dell’umano e se ne prende cura. Educare, d’altronde, non è mai un atto neutro. È sempre un gesto politico, nel senso più alto del termine. Perché significa scegliere di credere che la convivenza non si fondi sulla paura, ma sulla responsabilità condivisa. Che la libertà non sia l’assenza di regole, ma la possibilità di riconoscersi reciprocamente come esseri degni. Forse è proprio questo che oggi facciamo molta fatica ad accettare, che non esistono scorciatoie alla complessità dell’umano. Senza educazione non si governa la violenza: la si sposta, la si rimanda, la si lascia crescere.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: educazione, violenza di genere, cultura della legalità

Condividi su

Lascia un commento

Dicci la tua! Scrivi nello spazio qui sotto cosa pensi dell’articolo, la tua opinione è importante per noi.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Ho letto la policy privacy e accetto il trattamento dei miei dati personali

Iscriviti alla
newsletter

di Consumatori

Ricevi ogni mese via mail la rivista digitale e le notizie più interessanti

;