Siamo tutti dipendenti dagli schermi. Dai social, dalle noti fiche, dall’intelligenza artificiale. Non solo i più giovani. Anzi. Forse i ragazzi sono diventati così perché, fin da quando sono nati, hanno visto noi adulti vivere con un telefono in mano. Basta osservare ciò che accade intorno a noi. In metropolitana, sul treno, al ristorante. Corpi vicini, sguardi altrove. Ognuno immerso nel proprio schermo, come se ogni intervallo dovesse essere occupato da qualcosa. Camminiamo guardando il telefono. Mangiamo guardando il telefono. Talvolta ascoltiamo gli altri continuando a guardare il telefono. Abbiamo trasformato la connessione permanente in una condizione normale dell’esistenza, senza chiederci che cosa riveli davvero questo bisogno incessante di essere distratti.
Certo, smartphone e social network hanno modificato profondamente il nostro rapporto con il tempo, l’attenzione e le relazioni. Ogni giorno veniamo raggiunti da storie che inquietano: adolescenti che si mettono in pericolo inseguendo sfide online, ragazzi che passano notti intere davanti ai videogiochi, adulti incapaci di staccare gli occhi dal telefono persino mentre guidano. La tentazione è allora quella di individuare un colpevole evidente: la tecnologia. Senza interrogarsi su cosa ci sia davvero dietro il bisogno di restare continuamente connessi. Non c’è, forse, la difficoltà di stare a contatto con se stessi e di sopportare l’attesa, il silenzio, il vuoto?
I ragazzi crescono dentro questo mondo, ma non sono stati loro a costruirlo. Lo hanno trovato già pronto. Un mondo che accelera continuamente e che trasforma ogni esperienza in prestazione. Bisogna essere presenti, reattivi, desiderabili. E soprattutto bisogna evitare di fermarsi. Perché fermarsi significa spesso incontrare ciò che vorremmo tenere a distanza: la fragilità, il senso di inadeguatezza, la paura di non essere abbastanza. Per questo ridurre tutto alla “dipendenza da smartphone” rischia di essere fuorviante.
Certo, esistono meccanismi compulsivi e algoritmi progettati per catturare la nostra attenzione. Ma trasformare la tecnologia nell’unica responsabile del malessere contemporaneo significa confondere un sintomo con una causa. Perché il problema non è soltanto che siamo troppo connessi. È che facciamo sempre più fatica a entrare in relazione. Con gli altri, certamente. Ma prima ancora con noi stessi.
Forse è qui che si gioca la questione decisiva. Non nella nostalgia di un mondo senza telefoni, che non tornerà. Ma nella capacità di ricostruire spazi in cui sia possibile esistere senza essere continuamente esposti al giudizio e alla performance. Spazi in cui un ragazzo possa sentirsi accolto anche quando non eccelle, non riesce, non brilla. E in cui gli adulti possano smettere di fingere di essere sempre forti e sempre all’altezza. Il problema non è imparare a spegnere uno schermo. È imparare a non fuggire da sé stessi. E allora la domanda più urgente non è come togliere i telefoni dalle mani dei ragazzi. È come restituire, a tutti noi, il coraggio di abitare la nostra vulnerabilità senza cercare continuamente qualcosa che la copra.
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