In questi ultimi tre mesi ho cucinato due pasti al giorno – tralasciando l’organizzazione di una colazione e due merende, più svariati spuntini. Fate voi i conti, anzi no, vi aiuto: togliendo quell’unica pizza d’asporto e quelle due volte che il compagno ha collaborato alla cena – già impostata, beninteso – buttando la pasta nell’acqua già bollente e salata, ho preparato 180 pasti. 180 pasti fanno anche 180 servizi di apparecchiatura, sparecchiatura e lavaggio piatti. Il punto non è soltanto l’esecuzione materiale, ma anche le energie mentali dedicate a scegliere. Non si possono mangiare scatolette di tonno e pasta al pesto per tre mesi come penserebbe il maschio medio e la cucina, pure la più spartana, richiede comunque un minimo di organizzazione.

Mi viene in mente la lista degli indispensabili che Marguerite Duras teneva sempre nella sua casa e la sua descrizione del rapporto della donna con la casa e la dispensa. C’è un aspetto atavico in questa questione della cura attraverso il cibo che comunque a un certo punto della vita si attiva in quasi tutte le donne. E se anche non si attiva, quando hai una famiglia e dei bambini a cui riempire la pancia sei costretta ad attivarla. Sono arrivata a pensare: che liberazione essere un pellicano, acchiappare un pesce a filo d’acqua e buttarlo in bocca ai piccoli, nudo e crudo. Perché vi racconto questo? Perché questi mesi hanno segnato per tantissime donne un accumulo di lavoro domestico e di accudimento che non ha precedenti e che ha generato molte riflessioni e molte paure per il futuro prossimo, come se potesse trattarsi di un preludio spiacevole a un ritorno delle donne alla prigione domestica, con in più il carico del lavoro esterno, ma fatto da casa.

Lo smart working – o anche il Lavoro Obbligato da Casa, come l’ha definito qualcuno – è subdolo. E ben lo sa chi, come me, lo faceva già da prima. Se sei a casa vuol dire che sei disponibile 24 h su 24 anche se in teoria staresti lavorando, e dunque il tuo lavoro si spalma sulla giornata mescolandosi alle esigenze quotidiane di tutta la famiglia. Non puoi far finta di non vedere la pila di panni sporchi che cresce o il bagno sporco. Sei lì, ti tocca. Ha fatto discutere l’immagine scelta per la App Immuni dove, affacciati a due finestre della medesima casa, un uomo e una donna, durante il lockdown, sono ciascuno intento ad attendere i suoi obblighi: la donna culla un neonato, l’uomo è davanti a un tablet e presumibilmente sta lavorando.

Un’immagine anacronistica che a tanti non è piaciuta visto che in gran parte delle famiglie giovani i ruoli non sono più quelli di cinquant’anni fa, ma sono abbastanza fluidi. Vero è però, che molti studi sociologici hanno riscontrato come le ricadute del lockdown siano state, e saranno, più pesanti per le donne (vedi gli articoli in queste pagine). Sono aumentate le denunce ai centri antiviolenza. Perdita del lavoro. E gli effetti della pandemia potrebbero farsi sentire anche sulle loro carriere, visto che a parità di mansioni le donne generalmente guadagnano meno e comunque, come segnala l’Associazione delle donne giuriste in Italia “il 68% dei ruoli dirigenziali è occupato da uomini e solo il 32% da donne (dati Istat)”. Se per settembre non si riuscisse a trovare la quadra per far tornare i bambini a scuola, il problema – che non è un problema solo femminile – diventerà ancora più pesante. Purtroppo, per raggiungere dignità nel lavoro e pari opportunità e diritti ci sono voluti decenni, non può e non deve bastare qualche mese di emergenza per far passare l’idea che le femmine, in quanto magari madri, possano essere di fatto sacrificabili nel Nome della Famiglia.

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1 Commento. Nuovo commento

  • Bravissima, Simona Vinci. Noi nei nostri corsi del Progetto Better Place, insegniamo proprio cosa vuol dire immaginarsi alla pari per davvero..

    Luisa Rizzitelli progetto Better Place

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