Ai primi di giugno sono stato a una sagra di paese sulle prime colline dell’Appennino romagnolo. Ingredienti, quelli classici di ogni manifestazione del genere: musica, giochi, bancarelle, uno stand gastronomico con polenta e pastasciutta, vino alla spina, pizza fritta, salumi. Sul prato, un chiosco con vino, birra e caffè.

Di fianco (questa, una presenza meno ovvia) un lungo tavolo con grande scelta di dolci fatti in casa dalle famiglie del posto: crostate di fragole e di ciliegie, cheese cakes (chissà perché non le chiamano torte al formaggio), torte di mele, di cioccolato, di mandorle, di noci e ananas, eccetera eccetera. Un tripudio di sapori domestici.

Ma ciò che maggiormente colpiva erano le ciliegie fresche, appena raccolte dall’albero, vendute assieme alle torte in cestini di carta, 50 centesimi l’uno. Ovviamente ne ho approfittato, gustandomi quella freschezza all’ombra di un pino, con il giornale e un libro fra le mani.

Una cosa mi ha incuriosito: il cestino. Assolutamente incongruo con il suo contenuto. Dentro, squisiti frutti di stagione. Fuori, un packaging da fast-food, sottratto abusivamente alla sua destinazione naturale: pollo fritto. Colori forti e grafica aggressiva, con slogan quali: “Cerchi lo sballo? Cuccati il pollo!”.

Non ho nulla contro il pollo fritto, che trovo – quando fritto bene, con grassi onesti e non riciclati – una squisitezza difficilmente imitabile. La cucina toscana, qualche decina di chilometri più in là, ne ha fatto un punto d’orgoglio e di identità. Ma di fronte a quei cestini di ciliegie non ho saputo resistere a un pensiero birichino, a un sorriso compiaciuto, quasi di complicità: ho pensato a mani furtive (così ho voluto immaginarle) che sottraggono spazio al pollo fritto consegnandolo alle ciliegie mature. Ho pensato a mani che costringono il cibo di strada ad abbandonare i percorsi più facili, e più battuti, per intraprendere il nuovo sentiero dei cibi freschi, della frutta e della verdura, che stanno tornando nelle grazie di molti.

Piccola mutazione delle abitudini alimentari, che deve molto alle raccomandazioni di medici e dietologi, riannodando il legame (mai completamente interrotto) tra piacere e salute.

Intanto, nello stand gastronomico, alcune mamme e babbi (a dire il vero, anche qualche nonna) richiamavano i figli e nipoti, ormai sazi e distratti, a terminare diligentemente la loro porzione di patatine fritte, lasciata a metà con il suo bel corredo di maionese e ketchup.

La storia è piena di contraddizioni, e così pure le sagre di paese.

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