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Se la rete è libera di dare false informazioni

Illustrazione di una persona con un megafono che diffonde false informazioni a un gruppo davanti allo skyline di una città.

I social puntano a incollarci allo schermo diffondendo contenuti più curiosi che veri. Prendiamoli come un semplice divertimento, non come fonte di notizie.
Nel 2016, le vittorie della Brexit e di Donald Trump erano state attribuite in parte alla disseminazione di false informazioni in rete. Inchieste giornalistiche e istituzionali ricostruirono le vicende. Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook, Instagram e WhatsApp, negli anni  successivi, si trovò a chiedere scusa più volte, a Washington come a Bruxelles. E promise di  aumentare i controlli sulla circolazione di disinformazione e discorsi di odio sulle sue piattaforme. Pagò migliaia di persone per individuare e cancellare i post più pericolosi o per controllare la veridicità delle notizie. Promise di prendersi la responsabilità di tenere sotto controllo gli aspetti più deteriori di quello che accadeva sulle sue piattaforme. Arrivò a chiudere l’account del  presidente Donald Trump perché aveva incoraggiato i suoi sostenitori a occupare il Campidoglio per impedire il passaggio di consegne al nuovo presidente, Joe Biden, il 6 gennaio 2021.

False informazioni o libertà di espressione?

Giusto quattro anni dopo, nel gennaio 2025, con i democratici sconfitti e Trump di nuovo vincitore, Zuckerberg ha invertito la rotta e ha dato il benservito alle società cui aveva affidato la moderazione sulle sue piattaforme, seguendo le orme di Elon Musk e della ex Twitter, divenuta X. Quest’ultima svolta è stata propagandata come la vittoria della libertà di espressione. Non lo è. Di sicuro, il fact checking non garantisce il superamento della disinformazione. E la sua abolizione non garantisce che la voce di ciascuno sia lealmente diffusa come quella di chiunque altro. I pensieri espressi sulle piattaforme sono amplificati o smorzati dagli algoritmi che raccomandano automaticamente certi contenuti perché sono adatti alle curiosità dei singoli lettori ma soprattutto perché sono tali da tenerli incollati allo schermo. I post emotivi, curiosi, violenti, inattesi o falsi possono essere – e spesso sono – rilanciati automaticamente molto di più dei post ben meditati con opinioni bilanciate e documentate.

Sui social ci si diverte, non ci informa

Il licenziamento dei fact checker insieme all’algoritmo di raccomandazione potrebbe portare a un peggioramento significativo della qualità dell’informazione in rete. Ma c’è da aspettarsi ancora di peggio con il ricorso all’intelligenza artificiale da parte chi vuole divertire o manipolare il pubblico mettendo in giro informazioni false: aumenterà la credibilità, la personalizzazione, la tempestività e la semplice quantità di post che dicono cose più interessanti che vere.
Il consiglio di uno studioso come Walter Quattrociocchi, docente alla Sapienza di Roma che da anni studia il fenomeno della disinformazione in rete, è semplice: trattare i social network come luoghi nei quali ci si diverte ma non come posti dove si trovano notizie su come stanno le cose. Il che significa che quando si trova su una piattaforma qualcosa che sembra una notizia, il pubblico avvertito deve verificarla prima di prenderla per buona e rilanciarla o commentarla. Anche perché le falsità sono diffuse da molte fonti, compresi i paesi avversari dell’Occidente che usano la rete per indebolire e dividere le società democratiche.

Utenti consapevoli contro le false informazioni

La rete è una parte fondamentale dell’ambiente nel quale si sviluppano i pensieri e le convinzioni in questa difficile contemporaneità. Secondo le leggi europee, le piattaforme sono responsabili della qualità della conoscenza che emerge in rete. Gli americani hanno sempre rifiutato questa impostazione e si preparano a combatterla. La qualità della vita nell’epoca dei social media digitali, dunque, dipende soprattutto dalla saggezza degli utenti consapevoli.

Online e in libreria

Su Facebook è disponibile il video originale del discorso di Mark Zuckerberg  che annuncia la chiusura del fact checking: bitly.cx/T0dfB
Due libri consigliati:
Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, “Polarizzazioni. Informazioni, opiniono e altri demoni nell’infosfera” (FrancoAngeli 2023)
Sheera Frenkel e Cecilia Kang, “Facebook: l’inchiesta finale” (Einaudi 2021)

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: , , notizie in rete, libertà di espressione, fact checking, algoritmi

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