La maggior parte degli studi che testano l’efficacia di diverse diete mostrano un andamento comune: intorno al sesto mese il calo di peso rallenta o si blocca. Naturalmente esistono le eccezioni, ma la maggior parte dei pazienti riporta come i primi chili siano più facili da perdere, poi iniziano le difficoltà ed è come se la dieta smettesse di funzionare.

Alcuni ricercatori si sono interrogati su quali fossero le ragioni: oltre alla riduzione dell’aderenza alla dieta, si è ipotizzato che il responsabile fosse l’adattamento metabolico, ovvero un calo del metabolismo che avviene dopo un certo lasso di tempo in cui si sta a dieta. Per dare una risposta era necessario andare oltre i casi personali o le caratteristiche di uno studio scientifico, analizzando un grande numero di dati. La professoressa Diana Thomas, esperta nell’applicazione di modelli matematici in ambito nutrizionale, insieme ad altri esperti ha pubblicato analisi sulla ragione dell’appiattimento della curva di calo del sesto mese, chiamato anche plateau; la motivazione prevalente è stata individuata nel calo dell’aderenza alla dieta, anche se questo non viene onestamente percepito dal paziente. Tutti prima o poi possono faticare a mantenere l’aderenza alla dieta, ma perché tutti attorno al sesto mese? La ragione non può essere attribuita a questioni personali quali ad esempio eventi stressanti o altri distraenti: sarebbero distribuiti nel tempo in modo più omogeneo.

A questo punto vengono in aiuto le neuroscienze, che si occupano anche dei meccanismi con cui il peso corporeo viene regolato dal nostro cervello, e in particolare dall’ipotalamo. L’Homo sapiens ha una storia evolutiva di circa 300 mila anni, per la maggior parte dei quali è stato cacciatore raccoglitore (la rivoluzione agricola data circa 12 mila anni fa). Il nostro ipotalamo si è evoluto per consumare ciò che riuscivamo a procacciarci, e anche voracemente, prima che si deteriorasse. Sovrappeso e obesità non erano una possibilità: era troppo il costo energetico e il rischio di procacciarsi cibo, per consumarne più del necessario. Per il nostro ipotalamo il peso massimo raggiunto è quello corretto, e qualsiasi riduzione è vista come l’esito di una difficoltà nel procacciarsi il cibo o di una malattia. Era dunque protettivo che l’ipotalamo desse segnali utili a riprendere il peso perso.

Ora la disponibilità di cibo è enormemente aumentata, ma il nostro ipotalamo mantiene i meccanismi di regolazione del peso che ci hanno consentito di sopravvivere nella savana o nella foresta. E quando si perde peso con una dieta, l’ipotalamo rivuole i chili persi senza “capire” la differenza tra una dieta e una carestia. Il plateau del sesto mese non è, dunque, dovuto alla scarsa tenacia di chi si mette a dieta: le neuroscienze spiegano la sua esistenza ed il plateau non è una sconfitta, ma parte di un percorso. L’ipotalamo ci mette del tempo per “accettare” il peso raggiunto come nuovo set-point: la ricerca non ha ancora chiarito con precisione quanto, ma indicativamente più del tempo impiegato per calare. Se il paziente riuscirà ad accettare momenti di stallo, nonostante il proprio oggettivo impegno, allora, una volta superato e “rieducato”, l’ipotalamo sarà pronto per un nuovo calo.

Tag: dieta, metabolismo, evoluzione, neuroscienze

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