Oggi, sono tanti i ragazzi e le ragazze che si sentono a disagio, soffrono nell’anima e combattono quotidianamente con la sensazione di non essere adeguati, di non essere “abbastanza”, talvolta anche di non farcela ad andare avanti. C’è chi dice che sia colpa della pandemia: è perché sono stati chiusi in casa e costretti a seguire le lezioni online che non hanno più amici e sono soli. C’è chi sostiene che sia colpa della guerra, che li priva della serenità e della speranza, oppure anche dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale, che già da tempo ha rubato loro il futuro. E via di seguito, enumerando dati e statistiche: aumento dei disturbi del comportamento alimentare, aumento dell’autolesionismo, aumento dell’aggressività e dell’ansia.
Mai nessuno, però, che provi a fare un po’ di autocritica invece di prendersela sempre e solo con il sistema o con i politici, che certo non aiutano, ma che non sono gli unici responsabili. Anzi. Quand’è che noi insegnanti o genitori inizieremo a farci un esame di coscienza? Quand’è che proveremo a dirci che, forse, è pure colpa nostra, troppo concentrati su noi stessi, troppo egoisti, troppo poco disposti a metterci in discussione? Quand’è che riconosceremo che c’è troppa pressione sui più giovani, e che le aspettative che abbiamo noi adulti nei loro confronti sono così tante che per loro è diventato davvero difficile, a tratti impossibile, riuscire anche solo a immaginare di valere qualcosa indipendentemente da quello fanno e da ciò che ottengono? La fragilità non è solo adolescente. Anzi. Se i ragazzi e le ragazze sono così tanto fragili, forse è anche perché ci sanno fragili, ma incapaci di prenderne atto. Ci sono cose che passano di generazione in generazione e i figli, spesso, sono sintomi dei propri genitori. Soprattutto se si è cresciuti a colpi di forza di volontà, tacendo le difficoltà che abbiamo anche noi attraversato. Essere adulti significa prima di tutto diventare esempi. Ma come si fa a essere un esempio se ciò che diciamo, poi, non siamo capaci di incarnarlo?
Ci sono madri che scrivono a insegnanti, esperti e terapeuti chiedendo cosa possono fare per aiutare i propri figli. Ci sono insegnanti, esperti e terapeuti che contattano i genitori in cerca pure loro di risposte. Ma quand’è che noi adulti capiremo che, se vogliamo davvero aiutare i nostri giovani, dobbiamo prima di tutto aiutare noi stessi? Quand’è che saremo in grado di lasciarli andare per la loro strada, senza voler a ogni costo “fare” o “dire” al posto loro? Allora, ci sta pure che i giovani che oggi avvertono la solitudine sono proprio quelli, come scrivono alcuni intellettuali, cui si sarebbe spacciata la Dad e la videochiamata come alternative tutto sommato valide alla scuola e allo stare insieme. Ci sta anche che alcuni cavalchino l’onda dei luoghi comuni. Ma, se vogliamo essere onesti fino in fondo, non è la Dad e non sono le videochiamate che ci hanno sbattuto in faccia la vulnerabilità dell’esistenza. A farlo, è bastato un fottuto virus che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, uno di quei pezzi di realtà che la volontà di onnipotenza non riesce a controllare. Ma questo, forse, andrebbe detto. Così come andrebbe detto ai ragazzi che siamo tutte e tutti fragili. E che ognuno ha diritto a cercare la propria strada, senza che nessuno venga a spiegargli cosa fare e cosa pensare. Meno che mai gli adulti che, se proprio vogliono insegnare qualcosa ai più piccoli, dovrebbero innanzitutto imparare a far fronte ai propri vuoti, invece di insistere a occuparsi di loro solo perché, con la propria impotenza e la propria frustrazione, proprio non riescono a farci i conti.

Tag: genitori, adolescenza, figli

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