La parola, in latino, è la stessa. “Salus” vuol dire salute, ma anche salvezza. Il benessere del corpo e quello dello spirito (o dell’anima, per chi crede nell’aldilà). La compresenza di due significati in un’unica parola sottintende un legame, e poiché l’idea di salute inevitabilmente richiama il cibo, viene da chiedersi se anche tra cibo e salvezza vi sia un rapporto.
Le filosofie orientali (il buddismo cinese, l’ayurveda indiano) postularono una totale sovrapposizione fra corpo e spirito: mangiare secondo certe regole assicura il benessere di entrambi. La dietetica occidentale, più concentrata sulle ragioni del corpo, non mancò di includere gli stati d’animo tra le condizioni del benessere fisico.
Con il cristianesimo, il benessere spirituale assunse un carattere metafisico, uscendo dal mondo e sconfinando nell’aldilà: la salvezza ultraterrena non coincide più con la salute del corpo, anzi le si contrappone. Il «cibo dell’anima» non è il «cibo del corpo», e per godere del primo bisogna rinunciare al secondo: la mortificazione fisica, i digiuni, l’astinenza sono temi ricorrenti nella letteratura cristiana del Medioevo. Accade però che, nella tradizione monastica, le privazioni si giustificano anche in funzione del corpo: in fondo – scrive san Girolamo – mangiare poco e rinunciare a certi cibi (in primo luogo la carne) fa bene anche alla salute. Accade che la rinuncia alla carne porta a valorizzare cibi alternativi come il pesce o il formaggio o le uova: nasce una vera “gastronomia monastica” che si impone all’immaginario collettivo come luogo per eccellenza della qualità, della cura, della “purezza”. In modo diverso, l’antica idea di un benessere fisico che è anche spirituale (qui declinata al contrario: un benessere spirituale che è anche fisico) non solo permane, ma si consolida. L’idea che il cibo dei monaci sia buono e salutare diventa un luogo comune: chi di noi non si sente rassicurato quando acquista formaggi di aziende monastiche, marmellate e liquori confezionati in antichi conventi, dolci e specialità garantite da una “denominazione di origine” che è anche un marchio di spiritualità?
In un’epoca come la nostra, che si dice laica e che sembra anteporre il corpo allo spirito, l’ossessione del consumo all’ossessione della rinuncia, queste suggestioni non paiono destinate a scomparire. Si insegue la purezza monastica così come quella buddista o ayurvedica. Si cercano cibi «kosher» e «halal», quelli che, rispettivamente, il rito ebraico e il rito islamico garantiscono «puri» sul piano religioso, perché prodotti secondo le regole dei libri sacri (la Bibbia, il Corano): una recente indagine dimostra che in 4 casi su 10 gli acquirenti di questi cibi non sono fedeli osservanti ma clienti “laici”. La certificazione religiosa vale come sinonimo di qualità, bontà, salute, e il piacere del cibo si colora di inattese note spirituali.

Massimo Montanari

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