“Le ali senza Icaro volerebbero?” (Gunther Anders, “L’uomo è antiquato”, 1956)

Si fa di necessità virtù, questo è un principio di saggezza popolare che possiamo applicare alle più svariate situazioni e mai come in queste settimane ci siamo resi conto della sua perenne attualità. In moltissimi casi, se siamo riusciti in qualche modo a continuare a vedere in faccia amici e parenti e soprattutto a lavorare e a studiare dobbiamo ringraziare la tecnologia. Abbiamo usato WhatsApp, Skype, le dirette Fb e tutte le nuove piattaforme digitali capaci di consentire a decine di persone di assistere a uno speech, a una lezione e a interagire con maestri e professori, ma il tempo è passato, il tempo passa e le domande su questo utilizzo pervasivo non sono eludibili, soprattutto quando si pensa a bambini e ragazzi.
La Dad, Didattica a distanza, non è stata applicata ovunque allo stesso modo ed è diventata obbligatoria solo dopo le vacanze pasquali. È stato necessario dotare di devices le famiglie che non li possedevano e occorrerà farsi domande anche sulle connessioni wifi. Di certo si sa che seguire ore di lezione utlizzando uno smartphone è impensabile e dannoso. Di necessità virtù, dicevamo, questa è un’emergenza, ma ben sappiamo anche che l’insegnamento è dialogo, relazione e non è fatto solo di programmi da seguire e di nozioni da passare, così come i rapporti umani non sono mero scambio di informazioni verbali. La faccia che vedo dentro lo schermo e che magari parla fuori sincrono per via di connessioni scadenti, non è  esattamente quella della persona che mi guidava nell’apprendimento e della quale potevo cogliere umori e reazioni. Convivono dentro di me due persone che hanno lo stesso nome e lo stesso ruolo, ma una forma emozionale diversa. Per i piccoli, questa distanza solleva domande enormi, sia di tipo cognitivo che emotivo relazionale.
C’è poi anche la questione dello spazio/luogo di appredimento: la scuola è fatta anche della strada che si fa la mattina per raggiungerla (come scriveva  De Amicis nell’immenso libro Cuore), sono i suoi muri e le relazioni che i ragazzini intrattengono tra loro, in quegli spazi. Che tutto questo sia impossibile in questo momento è evidente, ma spaventa non poco, nella prospettiva di modalità nuove da inventarsi per far convivere produttività e quotidianità con un virus che non si autodistruggerà domani.
E spaventa l’idea che questo “distanziamento sociale” possa durare molti mesi. È vero, come scriveva il filosofo austriaco Gunther Anders, che noi umani siamo gli unici animali capaci di spostarsi “in ciò che è estraneo come tale”: gli altri vivono solo nel loro ambiente, noi siamo capaci di vivere anche in un ambiente immateriale come quello della rete. Ma a lungo termine, se le uniche relazioni significative che intrattieni oltre a quelle familiari sono mediate da uno schermo, cosa succede? Soprattutto per i più piccoli, l’esperienza diretta delle cose e delle relazioni è insostituibile. In un documentario sul Borneo ho visto cacciatori indigeni che si lasciano messaggi nel bosco con foglie, bastoncini, piume, attraverso un linguaggio simbolico molto elaborato e utile concretamente per darsi informazioni a distanza ma anche salvarsi la vita l’un l’altro in caso di bisogno. Conoscenza profonda dell’ambiente e capacità di astrazione. Ho come idea che alla fine di un’esperienza come quella che stiamo vivendo, possa anche darsi che i nativi digitali gettino in un angolo buio qualsiasi device elettronico e si slancino con gioia nella prima foresta disponibile con una cerbottana in una mano e dei sassolini nell’altra, per segnare la strada come Hansel e Gretel. Un po’ ci spero.

Tag: smartphone, coronavirus, smart working, emergenza coronavirus, tecnologia

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