Davanti a scuola, circoletto di mamme e chiacchiere svagate. Accenno a un viaggio di lavoro imminente che farò accompagnata da mio figlio: «Beata te, scusa la curiosità, ma che lavoro fai?». Rispondere a questa domanda mi mette sempre in imbarazzo e mi provoca una specie di vergogna, immotivata ma nutrita da anni e anni di sopracciglia alzate. Timida rispondo: «Ecco, io scrivo, e di base scrivo romanzi, insomma, faccio libri». Le facce di chi poco sa del lavoro intellettuale di fronte a questa affermazione esprimono sempre un misto tra affascinato, perplesso e, non di rado, sardonico. E infatti, una delle madri del circoletto alza il famigerato sopracciglio: «Eh, scrivere è facile, il difficile è farsi leggere». Con questa mazzata cala il mio sipario interiore; per fortuna trilla il campanello d’uscita.

Verissimo, soprattutto in Italia, che è difficile farsi leggere. Nel 2022 sono state pubblicate più di 70 mila opere. Ma chi le legge? La stragrande maggioranza dei libri finiscono al macero dopo poche settimane. Invenduti, e quel che è peggio non letti. Libri nati morti. I lettori sono il 40% della popolazione, ma tantissimi di libri ne leggono UNO all’anno. “Semel in anno, licet insanire”, recitava un detto latino, una volta all’anno è lecito impazzire, e vien da pensare sia questa l’attitudine italiana verso la lettura: un impazzimento di brevissima durata, uno sforzo sovrumano, di certo, non un’abitudine. Di contro, essendo il nostro, come lo definiva Mussolini, “un Paese di santi, navigatori e poeti”, tutte e tutti scrivono. Un popolo di scrittrici e scrittori che non leggono. Che cosa bizzarra. Ma non tanto, se ripensate a quella frase: “Scrivere è facile”. Magari. Scrivere è prima di tutto pensare, leggere, studiare, e poi riscrivere, cancellare, eliminare, migliorare. Un lungo, lento lavoro di sedimentazione. Eppure una penna tutti la sappiamo tenere e digitiamo sulle tastiere dei pc e dei cellulari. Tutti, si pensa, abbiamo storie da raccontare. Se avessi ricevuto un euro per ogni volta che mi sono sentita dire “la mia vita è un romanzo, dovrei scriverci un libro”, vivrei su un’isola polinesiana sdraiata a leggere le infinite autobiografie e memorie di tutte quelle candide persone dalle vite come romanzi e con le doti per scriverle. Tenendo da anni corsi di scrittura mi sono spesso scontrata con questa amara verità: molte e molti di coloro che desiderano scrivere non hanno quasi mai la stessa smania di leggere. Esprimersi, esibirsi, sperare di fare il colpaccio del best seller. Ma le scrittrici e gli scrittori che campano solo di questo mestiere sono pochissimi. E sottolineo “mestiere”. Ci sono in Italia molte ottime scuole di scrittura e tecniche della narrazione, ma se davvero si vuol scrivere, la cosa essenziale, oltre all’inclinazione naturale e al talento – che nessuno può insegnarti – l’elemento imprescindibile è l’amore per la lettura: lettrici e lettori prima che scrittrici e scrittori. Se ho desiderato scrivere è perché i libri sono stati  porte per accedere agli infiniti mondi che in una unica vita senza lettura non si possono esplorare. Ha ragione Stephen King: “Se non hai tempo per leggere, non hai tempo (né gli strumenti) per scrivere”.

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