Non è per parlar male dei francesi, ma le manifestazioni di giubilo che hanno accompagnato la decisione dell’Unesco di includere il «pasto gastronomico francese» nel «patrimonio immateriale dell’umanità» mi sono parse un po’ sopra le righe. Bello istituire una festa della gastronomia nazionale (23 settembre) come ha fatto il ministro francese della cultura Frédéric Mitterrand. Bello considerare il patrimonio gastronomico come elemento essenziale della cultura e dell’identità di un popolo. Anche in Italia ne abbiamo parlato a lungo, in occasione dei 150 anni dell’Unità, sottolineando come la cucina sia un fortissimo elemento identitario del nostro paese. Ma da noi le manifestazioni sono state più composte. Forse perché – pensa qualcuno – una cucina italiana non esiste, ma ne esistono tante, localmente definite (al che io obietto sempre che fra queste cucine si è costituita, da secoli, una rete di condivisione e di reciproco scambio, il che basta e avanza per parlare a pieno titolo di una cucina italiana). Forse perché – questo sì – il nostro sentimento nazionale sta attraversando un periodo difficile. Ma insomma, noi ci siamo accontentati di aderire a un pool di paesi che ha chiesto, e ottenuto, dall’Unesco il riconoscimento di «patrimonio immateriale dell’umanità» per la cosiddetta «dieta mediterranea».
Davide Paolini, sul «Sole 24 ore» del 2 ottobre, ha deplorato questa incapacità italiana di valorizzare il patrimonio nazionale, rivolgendo calorosi applausi all’orgoglio patriottico dei francesi.
Per una volta non sono d’accordo con Paolini. Io credo che includere la dieta mediterranea nel patrimonio dell’umanità sia discutibile ma non assurdo, se la pensiamo non come insieme di ingredienti o di ricette, ma (come è accaduto nella candidatura Unesco) come stile di vita improntato alla sobrietà e a un rapporto cordiale con gli altri e con l’ambiente: una proposta che può davvero essere di utilità universale, a prescindere da ciò che si mangia e da come lo si mangia. Non arrivo invece a convincermi della specificità francese di un rituale gastronomico – come si legge nelle motivazioni Unesco – «destinato a celebrare i momenti più importanti della vita degli individui e dei gruppi». Questo si può dire di tutte le cucine del mondo, di tutti i sistemi alimentari, di tutti i riti conviviali. L’entusiasmo francese per la cucina nazionale mi pare l’ennesima dimostrazione di uno sciovinismo di cui, francamente, non si sentiva il bisogno. Molto meglio allora il modello italiano, ben rappresentato da Pellegrino Artusi e da una secolare tradizione fondata sulla conoscenza e sul rispetto delle diversità, sull’incrocio e la tolleranza dei gusti, sulla libertà d’invenzione come prima virtù del cuoco. Ai francesi bisognerebbe ricordare che sono stati proprio loro a inventare il fondamentale trittico: libertà, uguaglianza, fraternità. Anche a tavola.

Massimo Montanari

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