Ho letto un libro delizioso, curato da Annemarie Mol che insegna Antropologia del corpo all’Università di Amsterdam. È dedicato a una fondamentale riflessione linguistica: le parole non sono “trasportatori” neutri di concetti altrettanto neutri, ma esprimono in maniera diretta le culture in cui nascono, ciascuna con le proprie idee ed esperienze. Mettete a tavola un francese, un olandese e un danese (è la scena con cui si apre il libro): che frase pronunceranno all’inizio del pasto? Bon appétit, dirà il francese. Smakelijk eten, l’olandese. Velbekomme, il danese. I dizionari presenteranno le tre frasi come equivalenti, ma le sfumature sono molto diverse: il primo augurio si colloca prima del pasto (mangiate con voglia), il secondo durante il pasto (godetevi il cibo), il terzo dopo il pasto (che il cibo vi faccia bene).
La lingua non è neutra
È solo un esempio di come le parole non siano interscambiabili, perché significano cose diverse. Allora perché oggi si tende a parlare e scrivere in una stessa lingua, l’inglese, nell’illusione di utilizzare un linguaggio neutro buono per ogni occasione? Il vantaggio è evidente: farsi leggere di più, entrando in un ampio circuito di scambi culturali. Altrettanto evidente è il rischio: banalizzare i concetti, ridurli a un “minimo comune denominatore” che soffoca diversità e sfumature.
Il libro di Mol sviluppa l’idea parlando di cibo, a partire dalla parola più semplice, più usata e più apparentemente neutra: eating. Anche quella is an English word, è una parola inglese – il titolo è decisamente provocatorio. Anche quella parola infatti esprime una certa visione delle cose, nella fattispecie l’idea di un gesto in cui agiscono due protagonisti separati, il soggetto mangiante e l’oggetto mangiato. Altre lingue insistono, invece, sull’idea di relazione: vuoi fra quei due protagonisti, vuoi fra le persone che condividono il pasto. Certe parole, in altre lingue, significano l’apprezzamento di ciò che si mangia; o la condivisione del cibo; o il modo di mangiare… La stessa idea di “sapore” non è univoca: per un inglese è la proprietà “oggettiva” di qualcosa che si sta incorporando; per un cinese sono gli effetti che un certo tipo di cibo o di bevanda sviluppa nel corpo di chi lo assume. E se in inglese è chiara la distinzione fra mangiare (solidi) e bere (liquidi), in altre tradizioni linguistiche, come quella brasiliana ad esempio, il gusto di certi frutti sugosi si esprime con un verbo (“chupar”) che copre entrambe le esperienze. Insomma: per comprendere la diversità delle culture alimentari è necessario recuperare la dimensione del gesto nella situazione in cui accade e nello specifico modo in cui viene percepito e comunicato.
Si può uscire da queste contraddizioni linguistiche? Mol suggerisce una possibile via di uscita: se l’uso dell’inglese è ormai inevitabile, bisogna però evitare di pensare in inglese, consapevoli che questa lingua è un semplice “terreno d’incontro”, che non necessariamente significa “uno spazio di pensiero comune”. L’idea è semplice: inserire in quel “terreno d’incontro” parole ed espressioni (ovvero, idee) tratte da altre lingue.
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