A fine ottobre, in una cella del carcere di Ariano Irpino, un uomo si è tolto la vita. Nessuno ha sentito nulla. Nessuno se n’è accorto in tempo. Non era il primo, non sarà l’ultimo: secondo i dati più recenti, nel 2025 il numero di suicidi in carcere ha superato ogni precedente, tanto che il Garante delle persone private della libertà ha parlato di una “epidemia nell’indifferenza della politica”. Parole forti, ma giuste. Perché è proprio questo il punto: l’indifferenza. Quella che consente che tutto accada senza che nessuno si indigni davvero, trasformando il dolore altrui in rumore di fondo. L’indifferenza cresce come una corazza. Ci si abitua a tutto: alla violenza, all’umiliazione, alla sofferenza. Si scorre, si osserva, si commenta. Ma poi si passa oltre senza lasciarsi toccare, senza agire. Ci si ripete che tanto non si può fare nulla, che non spetta a noi, che non si può salvare il mondo. Ma l’indifferenza non è mai neutra: è una forma di complicità. Voltarsi dall’altra parte è sempre una scelta.
La compassione non è un istinto
Lo ricorda Hannah Arendt quando parla della banalità del male: non servono mostri o sadici per perpetuare l’orrore. Basta chi obbedisce. Chi esegue. Chi chiude gli occhi. Chi dice: “Non mi riguarda”. E allora la domanda oggi è: come si torna a sentire davvero? Come si spezza quella freddezza che avanza, che si maschera da realismo, da ironia, da cinismo, e che in fondo è solo paura? Perché dietro l’indifferenza spesso si nasconde proprio questo: il terrore di essere coinvolti, di essere toccati, di soffrire. Ci si difende dal dolore chiudendosi in una bolla.
Freud lo aveva già intuito: la compassione non è un istinto. È qualcosa che si insegna, si impara, si coltiva. È un’educazione del sentire. E quindi anche una responsabilità. Ma se è vero che la compassione si insegna, allora è possibile anche disimparare l’indifferenza. Spezzare quella distanza che ci separa dagli altri. Si tratta di non abituarsi. Di dire “no” ogni volta che qualcuno prova a normalizzare la violenza, l’umiliazione, lo scarto. Anche in silenzio. Anche con un gesto minimo. Perché ogni volta che ci convinciamo che non c’è niente da fare, stiamo cedendo qualcosa. E rischiamo, senza accorgercene, di diventare esattamente ciò che non volevamo essere.
Non basta essere gentili a Natale
È anche per questo che il Natale che si avvicina dovrebbe fare meno appello ai buoni sentimenti e più alla responsabilità. Non basta essere gentili per un giorno, se poi per tutto l’anno si resta ciechi e sordi. Non basta fermarsi all’albero, alle cene, ai regali. Occorre scegliere, ogni volta che si può, di restare: di esserci e non voltarsi dall’altra parte. Il Natale, con la sua promessa di luce, ci chiede di rimanere umani anche quando sarebbe più comodo chiudersi. Non nel gesto rituale, ma nello sguardo. Nella capacità di vedere davvero. Di riconoscere l’altro – chiunque sia – come qualcuno che ci riguarda. Non perché ci somiglia, ma proprio perché ci sfugge. Perché ci mette in crisi. Perché ci obbliga a uscire dal nostro guscio.
E forse, in questo tempo che si fa sempre più incerto e disilluso, la vera rivoluzione è tutta qui: non cedere all’indifferenza. Restare vulnerabili. Continuare a sentire. Non smettere di sperare.
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