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Un freno allo strapotere dei monopoli big tech

Logo stilizzato di Google G con colori segmentati su un gradiente pastello, evidenziando l'influenza del monopoli big tech.

Il governo americano ha suggerito che Google potrebbe essere spezzata in diverse aziende, in seguito alla decisione di un tribunale che l’ha definita “monopolista”. Indubbia mente si tratta di un’ipotesi che ha fortissime implicazioni sulla finanza globale, sulla struttura di alcuni mercati fondamentali e soprattutto sulla vita di miliardi di persone.

Contro i monopoli big tech le regole antitrust

In effetti, le regole antitrust sono messe a dura prova nel contesto digitale. Si osserva che, nelle tecnologie di rete, le soluzioni più usate diventano organicamente prevalenti e quasi sempre uniche: perché il valore delle tecnologie che servono a comunicare aumenta geometricamente con il numero dei loro utenti. Google, Instagram, Amazon, Microsoft sono cresciute e hanno difeso le loro quote di mercato grazie a questo effetto rete. Un tempo le autorità antitrust coltivavano la loro legittimità sulla base del fatto che i monopoli aumentavano i prezzi e peggioravano le condizioni per i consumatori. Oggi devono piuttosto concentrarsi sui comportamenti anticompetitivi dei grandi gruppi che sulla base di una posizione dominante riescono a conquistare posizioni su altri mercati.

I più grandi monopoli big tech

Google è fondamentalmente accusata di questo: ha conquistato organicamente una posizione dominante nei motori di ricerca, l’ha difesa con accordi che non consentivano a eventuali competitori di farle concorrenza, l’ha sfruttata sviluppando una serie di attività che vanno dai browser ai pacchetti di software per la produttività, dalle auto autonome all’intelligenza artificiale generativa. Naturalmente argomenti analoghi si potrebbero usare anche per le altre Big Tech. Si pensi a Facebook che ha comprato Instagram e WhatsApp e così facendo ha consoli dato il suo primato nei social network, limitando drasticamente le opportunità aperte per eventuali innovatori competitori. In alcuni casi queste Big Tech offrono i loro servizi gratuitamente ai consumatori, che quindi non conoscono l’effetto di aumento di prezzo che avviene con i monopoli, ma fanno pagare altre imprese, in termini di pubblicità o altro. E in questi casi, le autorità antitrust lavorano per salvaguardare i consumatori indirettamente: nell’ipotesi cioè che la mancata innovazione provocata dalle loro strategie anticompetitive si trasformi in un mancato miglioramento della vita dei cittadini.

Le critiche alle leggi antitrust, applicate a Google oggi e in passato a Microsoft, sono spesso le stesse: le autorità arrivano tardi, quando i danni sono fatti, e non sono sempre tecnicamente incisive. Però si può osservare che al tempo in cui Microsoft fu presa di mira, le autorità antitrust non arrivarono a condannarla, ma la loro azione si rivelò un freno per lo sviluppo dell’azienda che perse per lungo tempo la sua spinta imprenditoriale. E lo stesso potrebbe avvenire a Google.
La borsa non sembra credere che l’azienda americana sarà effettivamente condannata. Il prezzo delle azioni Google non è cambiato molto dopo l’intervento del governo americano. E dal punto di vista aziendale, questa valutazione può avere un senso. Ma sottovaluta il fatto che da qualche tempo il rapporto tra le Big Tech e gli Stati è cambiato. Le Big Tech hanno conquistato un potere enorme. E gli Stati tentano di limitarlo. Questo è un confronto denso di conseguenze strategiche per tutti.

L’intelligenza artificiale che alimenta i monopoli big tech

L’intelligenza artificiale potrebbe alimentare la tendenza monopolistica di alcuni grandi gruppi che sviluppano tecnologie digitali.
Proprio su questo tema è stato organizzato un G7 Concorrenza a Roma, nella sede dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: , intelligenza artificiale, Google, motori di ricerca

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