Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina avevano promesso sulla carta di essere sostenibili sia economicamente, sia ambientalmente. Ma come sempre in occasione dei grandi eventi, i costi lievitano e all’ultimo momento si deve intervenire con generose iniezioni di denaro pubblico per completare i lavori. E sulla parte ambientale la sostenibilità zoppica ancora di più. Enormi infrastrutture come la pista da bob, nuove costruzioni per ospitare gli atleti, i giornalisti e i turisti, e nuove opere di viabilità hanno richiesto il sacrificio di boschi e pascoli, aumentando la cementificazione. E poi ci sono i rifiuti e le emissioni di CO2 prodotti sia dai cantieri sia dal pubblico spettatore.
L’analisi “Winter Olympics in a warming world” di Climate Central, istituto di ricerca americano sul clima, mette in luce come il riscaldamento globale con la diminuzione dell’innevamento minacci gli sport invernali in tutto il mondo. Nei 70 anni trascorsi da quando Cortina ha ospitato per la prima volta i Giochi invernali nel 1956, le temperature di febbraio in Italia settentrionale sono aumentate di circa 3,6°C. Queste tendenze al riscaldamento hanno portato a 41 giorni di gelo in meno all’anno e alla perdita di oltre un mese di suolo innevato nelle località alpine al di sotto dei 2.000 metri, obbligando al ricorso sempre più frequente alla produzione di neve artificiale e riducendo la rosa delle località adatte a ospitare i Giochi olimpici invernali. Ma questi effetti hanno cause che provengono anche dallo stesso comparto sportivo, fonte di grandi quantità di emissioni di gas serra.
Una ricerca di Scientists for Global Responsibility e del New Weather Institute svedese uscita nel gennaio 2026 mostra che sulla base dei soli dati ufficiali – ed escludendo le emissioni legate agli accordi di sponsorizzazione con industrie inquinanti – le Olimpiadi invernali del 2026 a Milano-Cortina hanno causato emissioni pari a circa 930 mila tonnellate di anidride carbonica, come quelle di una città italiana di 132 mila abitanti (poco più di Ferrara) in un anno. Questo incremento di CO2 equivale a una perdita stimata di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso – l’equivalente in termini di superficie di circa 1.300 piste olimpiche di hockey su ghiaccio – e di oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale. Sono emissioni che arrivano soprattutto dalla costruzione delle grandi opere e dai viaggi aerei di atleti, delegazioni nazionali e spettatori. Ora, sia chiaro che non ho nulla in contrario verso lo sport e l’allegria internazionale che suscita.
Il problema è il gigantismo di questi eventi dove per una fiammata di lustrini e fuochi artificiali di un paio di settimane si ipoteca un futuro ambientale per millenni. Ci si può divertire anche senza costruire a ogni appuntamento nuove possenti infrastrutture di cemento destinate spesso all’abbandono, come già capitato alla pista da bob di Sansicario e al trampolino di Pragelato delle Olimpiadi 2006 in alta Val di Susa. Ci si può divertire concentrandosi nuovamente sull’essenzialità dei gesti degli atleti e meno sul ridondante apparato di contorno.
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