Riassumiamo i fatti. Qualche mese fa la multinazionale McDonald’s mette sul mercato un panino “italiano”, denominato McItaly, costituito da ingredienti tutti di produzione nostrana: carne 100% italiana, pane all’olio extravergine di oliva dei Monti Iblei, crema di carciofi italiani, una fetta di Asiago, un ciuffo d’insalata. Parallelamente al McItaly, in altre regioni del mondo vengono presentati un McGreek (con la “pita” al posto del pane, e yogurt e verdure), un McLaks (sandwich con salmone norvegese) e così via, fino al McFalafel egiziano, al McKebab israeliano, al McMaharaja indiano e a molte altre declinazioni “nazionali” del tradizionale hamburger. Questo pacchetto di proposte risponde con grande intelligenza (pur rispettando i meccanismi produttivi e distributivi della McDonald’s) alla domanda di cibo “locale” che viene oggi dai consumatori, in modo sempre più forte e convinto: lo stesso processo di globalizzazione alimentare, paradossalmente, ha contribuito a rafforzarla.
La nascita del McItaly è patrocinata dal ministro delle politiche agricole Luca Zaia, per rilanciare i prodotti italiani in un momento economicamente difficile e facendo loro assumere un’inedita visibilità internazionale: addirittura, il ministro si fa fotografare con indosso un grembiulone targato McDonald’s, nell’atto di addentare golosamente il nuovo panino. E si scatena la polemica: Carlin Petrini, il padre di SlowFood, esprime le sue perplessità: può un ministro della repubblica sponsorizzare un’industria privata? Inoltre: quanto, del giro di affari movimentato dal McItaly, effettivamente finirà nelle tasche dei contadini e degli artigiani italiani, di quei pochi che ancora resistono al prepotere della grande industria alimentare?
Lasciando a ciascuno la libertà delle proprie opinioni, vorrei considerare la vicenda dal punto di vista strettamente gastronomico. È davvero possibile considerare il panino McItaly come espressione del “gusto italiano”, come sostiene il ministero auspicando che anche attraverso operazioni di questo genere “le nuove generazioni possano avere una memoria gustativa d’impronta italiana”? In realtà mi sembra che ci troviamo di fronte a un grosso equivoco, quello di scambiare i prodotti con le ricette, la materia prima con l’uso che se ne fa in cucina. Il manzo può essere italiano, come pure la crema di carciofi o il formaggio o il pane. Ma il modo in cui questi prodotti vengono messi insieme – la “ricetta” del panino – ha poco a che fare con la tradizione gastronomica del nostro paese. Qualcuno ha mai visto una “svizzera” combinarsi dentro un panino con una fetta di provolone e della crema di carciofi? Questa non è “cultura italiana”, questi sono prodotti italiani assemblati sul modello McDonald’s (che infatti scrive, nella pubblicità del McItaly: “il gusto McDonald’s parla italiano”). I produttori sicuramente ne saranno contenti. I consumatori faticheranno a riconoscervi la propria identità gastronomica.

Massimo Montanari

Condividi su

Lascia un commento

Dicci la tua! Scrivi nello spazio qui sotto cosa pensi dell’articolo, la tua opinione è importante per noi.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Ho letto la policy privacy e accetto il trattamento dei miei dati personali

Iscriviti alla
newsletter

di Consumatori

Ricevi ogni mese via mail la rivista digitale e le notizie più interessanti

;