Qualche anno fa, proprio nelle pagine di questa rivista, mi è capitato di riflettere sul senso che l’espressione “fatto in casa” ha assunto nel linguaggio contemporaneo. Scrivevo che “fatto in casa” è sinonimo di qualità e trasmette un’idea decisamente positiva, vincente sul piano culturale così come nel marketing commerciale, tant’è che le stesse industrie alimentari non esitano a rivenderla sul mercato chiamando in causa come garanti e testimonial improbabili mamme, nonne e zie (oggi anche nella versione maschile di padri, nonni e zii).

Ormai da tempo, il mito della cucina domestica ha cominciato a contrapporsi a quello del “mangiar fuori”, affermatosi mezzo secolo fa come paradigma di emancipazione sociale e gastronomica. Rispetto a quel modello, che poneva il ristorante e la cucina professionale al centro delle attenzioni, il “fatto in casa” si è preso una bella rivincita, riconquistando terreno fino a imporsi come fenomeno di moda, che ha di nuovo rovesciato i paradigmi della valutazione culinaria. Non sono passati molti anni da quando, di fronte a un dolce squisito preparato “con le proprie mani”, ci si potevano aspettare commenti del tipo: “sembra un dolce di pasticceria”. Poi i valori si sono invertiti: sono i biscotti da forno o da pasticceria (nonché quelli prodotti dall’industria) a voler apparire “fatti in casa” per avere maggiori chances di finire sulla nostra tavola. Anche molti ristoratori si sono adeguati, perché, paradossalmente, “fuori” si vanno spesso a cercare i profumi e i sapori di casa. Ciò forse accade perché in casa si cucina meno di un tempo, ma una recente inchiesta del Censis – commissionata dalla Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli – ha portato risultati in parte inattesi, mostrando che la maggior parte degli italiani non solo cucina, ma ama cucinare e spesso lo fa fra le mura domestiche.

Si badi che l’inchiesta è stata fatta prima del diffondersi dell’infausta epidemia che ha bloccato in casa milioni di persone, in qualche modo “costringendole” a recuperare abitudini domestiche come quella di cucinare. Ma, in realtà, a questo gli italiani pensavano già prima: preparare il cibo in casa è un’abitudine inveterata dei nostri connazionali e fu questo il cuore degli interessi di Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana moderna, nato giusto 200 anni fa. A mancare, semmai, nei mesi drammatici del coronavirus, è stata la condivisone del cibo con gli amici – una pratica fondamentale della socialità collettiva.

Tutto ciò non esclude che gli italiani, come tutti nel mondo, amino trascorrere anche fuori, in ristoranti e trattorie, momenti felici della loro vita. La ricerca del Censis lo ha mostrato con chiarezza: casa e ristorante non si pongono in alternativa e in competizione, ma, almeno per gli italiani, sono le due facce della stessa medaglia, che rivela lo straordinario attaccamento al cibo come elemento distintivo della propria cultura.

Tag: ristorante, mangiare, fatto in casa

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