Sono stato qualche giorno a Malta e mi sono imbattuto in una storia a dir poco esemplare per mettere a fuoco le straordinarie implicazioni culturali e politiche che accompagnano le pratiche di cucina. Il coniglio, fritto o in umido, è una specialità tipica delle isole che compongono l’arcipelago di Malta. Ma non è solo un valore gastronomico. Il forte valore identitario di questa pratica, come hanno ben illustrato gli studi di Carmel Cassar, è legato anche a una forma di rivendicazione sociale, risalente a quando, nel 1530, Malta fu assegnata dall’imperatore Carlo V ai cavalieri dell’ordine di S. Giovanni, monaci-guerrieri provenienti da famiglie nobili francesi, italiane e spagnole. All’epoca la caccia era percepita come privilegio esclusivo dei nobili e il nuovo governo aristocratico di Malta non tardò a proibirla ai contadini con apposite disposizioni di legge. Il divieto riguardava anche il coniglio, che allora si trovava allo stato selvatico e si cacciava. Da secoli esso costituiva un decisivo apporto proteico alla dieta della popolazione rurale, ma continuare a cacciarlo e a mangiarlo, per chi non apparteneva all’ordine nobiliare, si configurò come una sfida all’ordine costituito, non più solo necessità economica ma una forma di resistenza sociale.

Alla fine del Settecento i cavalieri di Malta furono sciolti e dispersi dalle truppe francesi (oggi si sono riorganizzati nella sede di Roma) ma pochi anni dopo, sconfitto Napoleone, furono gli inglesi a occupare l’isola. Anche per ingraziarsi la popolazione locale gli inglesi abolirono i divieti di caccia e il coniglio selvatico non fu più un consumo “di frodo” ma tornò a essere una pratica libera. Il coniglio nel frattempo era diventato un animale domestico, legato all’allevamento di cortile più che alla caccia, senza però perdere l’antica suggestione di cibo esclusivo, ora accessibile a tutti. Questa storia mostra quanto un cibo possa significare sul piano culturale, al di là dei suoi valori nutrizionali o gastronomici.

Ma c’è ancora un tassello, legato al rapporto fra maltesi e inglesi, ovvero colonizzati e colonizzatori. Gli inglesi infatti, salvo eccezioni, non mangiano coniglio: per loro è un animale da compagnia e quasi di famiglia, una presenza domestica al pari di un gatto o di un cane. Ecco perché, a partire dall’Ottocento, il coniglio assume per i maltesi un ulteriore valore identitario. Esso comincia a segnare la distanza fra popolazione locale e nuovi dominatori. E ancora oggi, nonostante quel dominio sia terminato – dal 1964 Malta è una repubblica indipendente, pur facendo parte del Commonwealth britannico –, il gioco politico-gastronomico di cui il coniglio è protagonista continua a denotare la distanza fra le due culture.
P.S. In certe trattorie di Malta si propone, oltre al coniglio, carne di cavallo, altro secolare tabù alimentare degli inglesi. Ancora una provocazione?

 

 

Tag: coniglio, specialità tipiche

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