Per i microrganismi siamo prede perfette: incredibilmente numerosi, in molti casi indifesi (nelle nazioni povere) e troppo spesso arroganti (in Occidente). David Quammen

Nel 1979 avevo nove anni e sullo schermo della tv di casa passavano le immagini perturbanti di un telefilm, capostipite di centinaia di serie e film catastrofici che tuttora prosperano. Prodotta dalla BBC, la serie si intitolava I sopravvissuti. La sigla partiva sul primo piano inquietante di un medico orientale in mascherina antibatterica e guanti di lattice dai quali si produceva una bolla acquosa. Dentro c’era il virus altamente contagioso partito – o sfuggito  – dalla Cina e andato a spasso per i Continenti a decimare la popolazione mondiale. Ricorda qualcosa accaduto di recente? Non sembra la sceneggiatura dell’esordio del coronavirus Covid-19 scritta quarant’anni prima? Siamo sette miliardi e mezzo di individui, sulla Terra, eppure lo spettro delle pandemie ci fa temere l’estinzione. Non saremmo forse, senza le nostre paure e con la nostra scarsa rilevanza – in quanto a biodiversità rappresentiamo lo 0,01% della vita sul pianeta – la specie più egocentrica e  tra le più moleste. La storia delle pandemie – tifo, peste, vaiolo, influenza spagnola, influenza asiatica, Hiv, Ebola, Sars… – è lunga quanto la storia umana e il suo concreto fantasma ci accompagna dalla notte dei tempi.

Testimonianze letterarie e storiche arrivano sin dai testi degli autori della Grecia classica e dai latini, dai testi sacri, e se volessimo depurare dai virus la letteratura e il cinema cancelleremo una grossa fetta di paurosi capolavori. Di fronte all’evenienza di un virus altamente contagioso, con un elevato indice di mortalità e per il quale non esista ancora cura specifica tantomeno un vaccino, l’equilibrio psicologico umano vacilla e ci mostra, se ce ne fosse bisogno, la fragilità della nostra esistenza sulla Terra, in quanto individui e in quanto specie. Il terrore del contagio cerca un nemico da tenere lontano e rendere inoffensivo. Ma il virus non è un nemico comodo, non fa caso agli insulti, non si offende per le crociate condotte contro di lui.

Ed ecco che allora, il soggetto contro il quale scagliarsi è il portatore del virus, quello che già è stato contagiato e ora ci minaccia. Entrare nella psicologia delle paure legate a questo tema costringe a fare i conti con l’irrazionale che ci abita nonostante il sapere scientifico che abbiamo accumulato negli ultimi due secoli. La scienza dice che la maggior parte dei virus che si trasformano in epidemie sono zoonosi, ovvero che passano, con un salto di specie, da “un animale a un essere umano” e questo piccolo devastante salto viene chiamato Spillover. È anche il titolo del libro dello scrittore-scienziato David Quammen uscito in Italia per Adelphi nel 2012.  Un testo interessante per approfondire quanto anche le attività umane abbiano un peso nel diffondersi delle pandemie. Forse la paura, invece di annichilirci potrebbe essere la molla per una maggiore assunzione di responsabilità. I protagonisti della serie I sopravvissuti, costretti dapprima a proteggersi in un clima teso di sospetto e chiusura, poi capivano la necessità di unire le forze e ricostruire una comunità cooperante: allevamento, agricoltura, sistema sociale. L’idea di una rifondazione ex novo della civiltà ha degli aspetti affascinanti: la natura si riprende il suo spazio e gli esseri umani sono costretti a reimparare tutto, anche e soprattutto il rispetto, oltre che per i propri simili, per il pianeta che li ospita. Meglio cominciare a pensarci prima.

Tag: agricoltura, virus, coronavirus

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