“Pecunia non olet”, il denaro non ha odore, disse duemila anni fa Vespasiano, allorché introdusse una tassa sull’urina, che allora veniva raccolta nelle pubbliche latrine per essere utilizzata nella concia del pellame. In realtà, anche se non ha odore il denaro può fare del bene o del male a seconda di come viene impiegato. Anche nei confronti dell’ambiente. Chiunque gestisca fondi d’investimento – dal piccolo correntista al grande finanziere – in genere ha come obiettivo il massimo rendimento. Dove va e a che cosa serve il denaro sono fattori secondari, lontani dagli occhi e dal cuore, non rivelati da un asettico numero su un videoterminale. L’importante è che ci sia un segno più, un guadagno a fine scadenza. Ma sappiamo che i soldi possono anche sostenere pratiche scorrette, dannose o immorali: pensiamo alla produzione di armi, al gioco d’azzardo, al lavoro minorile.

Da qualche tempo anche il ruolo degli investimenti sull’ambiente è diventato significativo: è infatti ben diverso investire su colossi petroliferi o del carbone piuttosto che sulle energie rinnovabili, sull’industria agroalimentare che utilizza fitofarmaci molto tossici e appoggia la deforestazione piuttosto che quella basata su pratiche biologiche e sostenibili, su grandi opere edili che consumano suolo piuttosto che su progetti di ristrutturazione e rigenerazione urbana. Per questo motivo nel 2005 sono nati i fondi ESG dalle iniziali Environmental (sostenibilità ambientale), Social (sostenibilità sociale, parità di genere) e Governance (legalità e risorse umane). Oggi la maggior parte delle società pubbliche e delle multinazionali quotate in borsa viene valutata in base ai criteri ESG, che devono essere presentati in bilancio in modo trasparente e misurabile (cioè evitando di cadere nel greenwashing, laddove la sostenibilità si fa solo a parole ma non con i fatti). Se un’azienda dichiara di aver ridotto la propria impronta di carbonio sarà obbligata a certificare come ha raggiunto quel risultato, magari piantando alberi o installando pannelli solari, rispettando la direttiva europea CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), approvata nel dicembre 2022.

Gradualmente, anche in base alla maturità degli investitori più attenti ai benefici collettivi che al massimo rendimento, il bilancio di sostenibilità dovrebbe premiare le aziende che rispettano gli standard ESG e penalizzare con più elevati livelli di rischio quelle che non li adottano, in attesa che il rispetto di questi requisiti diventi obbligatorio. Se decidete di andare in banca o su internet per investire del denaro avrete dunque la possibilità di scegliere i settori che vorrete sostenere e quelli che vorrete evitare o addirittura punire, chiedendo ai vostri consulenti di escluderli dal pacchetto di fondi che vi viene proposto. Gli investimenti ESG, anche se non hanno odore, possono dunque far bene alle persone, al clima e all’ambiente, e lo fanno subito, nel tempo di un click che sposta il denaro da un settore dannoso a uno virtuoso, mentre la politica a far buone leggi – quando ci riesce – ci mette anni e anni.

Tag: greenwashing, investimenti, sostenibilità

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