Gli italiani, coerenti col loro storico settarismo, si dividono ancora tra Guelfi e Ghibellini su tutti gli argomenti possibili, compreso lo sport, dal calcio ai sostenitori di Bartali o Coppi. Dal punto di vista scientifico questo atteggiamento, troppo ”sportivo” è inconcepibile ma quando scendiamo nel pratico la divisione (uno steccato se non proprio del filo spinato!) tra vegetariani e carnivori, tra prodotti cosiddetti “naturali”, genuini o biologici, quasi in contrapposizione con qualsiasi moderna produzione tecnologica sono fonte di prevenzioni non giustificabili dal punto di vista scientifico.
Le biotecnologie pongono dei problemi etici e di sicurezza, tanto più in campo nutrizionale, occorrono quindi misure cautelative ma non per questo si può osteggiare qualsiasi innovazione. Comunque, l’aver svincolato l’atto del mangiare dalla fame cronica e dalle carestie lo ha gravato di altri simboli, di ritualità e socialità che è forse giusto difendere pur se trascendono la finalità del nutrirsi.
Il rifiuto di ogni “manipolazione”, non importa se migliorativa e figlia di strategie naturali già attuate empiricamente da generazioni di agricoltori, è radicata e ostentata come un valore culturale. Per un medico, invece, è difficile giustificare l’esaltazione del “naturale” ben oltre i suoi limiti reali e, viceversa, auspicare innovazioni farmacologiche (ad esempio la produzione di analoghi dell’insulina, di nuovi antibiotici, vaccini, ecc.) per poi respingere aprioristicamente qualsiasi trattamento rivolto a compensare la carenza di ferro del riso o a potenziare la resistenza ai parassiti di una specie vegetale, altrimenti destinata alla scomparsa o ad una eccessiva irrorazione di fitofarmaci.
E’ doveroso proteggere gli alimenti tradizionali e la biodiversità dalla sopraffazione di una tecnologia rivolta soprattutto al successo commerciale, ma non si può neppure ignorare che la tecnologia, una volta soddisfatto il principio di sicurezza, può “migliorare” o “creare” alimenti di significato preventivo (dietetici, probiotici, alimenti privi di glutine o di lattosio, cibi light o a ridotto contenuto di colesterolo e acidi grassi saturi, ecc.), certamente utili in ogni fascia di età.
L’appuntamento che l’Italia dovrà gestire con l’EXPO 2015 non può essere solo l’occasione per valorizzare al meglio i prodotti nostrani (spesso sapientemente lavorati ma non prodotti sul suolo nazionale) e dovrà avviare un confronto culturale su problemi di vasta portata, come la sostenibilità delle scelte nutrizionali o degli sprechi nel mondo civilizzato. La partita non va limitata a una fiera di prodotti ma implica una crescita culturale in primo luogo degli stessi consumatori, orientati non da suggestioni mediatiche ma dalla realtà scientifica a salvaguardare il cibo e il gusto senza preclusioni assurde e col buonsenso necessario.
aprile 2015