Credo che pochi, in questo ultimo anno e mezzo, non si siano posti la questione dello scorrere del tempo e di sé stessi dentro quel tempo. Certo che ci abbiamo pensato, forse qualcuno se ne è fatta un’ossessione. Questi mesi, settimane, giornate, ore e noi, siamo cambiati: il nostro tempo agito, pensato, vissuto, immaginato, sognato, rubato, venduto, perso e guadagnato o regalato così come lo conoscevamo è stato espropriato.

Certo, il tempo è una delle questioni massime dell’esistenza umana, ce la ponevamo anche prima della pandemia, come eluderla? Il tempo è l’unità di misura sulla quale fondiamo l’esistenza: si nasce, si cresce, se si è fortunati si invecchia e a un certo punto si muore. I filosofi, sin dall’antichità, si sono interrogati sul tempo, da Platone a Sant’Agostino, per arrivare sino alla fisica e alla meccanica quantistica, allo spaziotempo di Albert Einstein e all’idea abissale che forse il tempo potrebbe essere differente da come lo pensiamo o addirittura non esistere. Non ci addentreremo in questa direzione del bosco troppo densa e oscura. Stiamo qui, con il conto della quotidianità. Con la parola “tempo”  che ci scivola di continuo fra le labbra e ci ruba il respiro.

Nella Bibbia, Ecclesiaste 3 di Qoèlet ai versetti 3,1 – 11 troviamo alcune delle riflessioni più belle mai scritte a riguardo: «C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo, un tempo per nascere e uno per morire, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci, un tempo per strappare e un tempo per cucire…» e via dicendo. Tutto converge lì, nella nostra esperienza umana di esseri senzienti: la durata del tempo. Però siamo stati messi di fronte a una percezione distorta. Un tempo contratto oppure dilatato, costretto, obbligato, perimetrato, sanzionato, sospeso, infinito o frammentario, convulso, slabbrato, aguzzo, impaurito.

Chi ha continuato a lavorare uscendo di casa ogni giorno ha sperimentato qualcosa di differente rispetto a chi è stato messo in smart working o a chi il lavoro ha dovuto giocoforza metterlo in stand by e rischiare di perderlo, oppure l’ha perso. Siamo rimasti chiusi dentro le case e ci siamo resi conto che le giornate non passavano mai, o passavano troppo in fretta, qualcuno si è riappropriato di spazi familiari e personali che non aveva da anni, qualcuno ha perso speranze. Ogni aspetto dell’esistenza ha dovuto essere ripensato: malattia e tempo, scuola e tempo, lavoro e tempo, amore e tempo.

Ci affacciamo all’autunno con molte domande sospese, ma se qualcosa dovevamo imparare è forse rivalutare il tempo e il modo di gestirlo tra attesa e frustrazione o fretta e ansia. Forse qualcuno ha imparato a stare in equilibrio nella posizione dell’albero, qualcun altro a far lievitare l’impasto di una pizza, qualcuno ha preso atto che il tempo davanti agli schermi sembra azzerato, ma ti fa pagare il conto quando riemergi, e qualcuno ha capito che già da prima c’era qualcosa che non andava.

Qualunque sia la riposta individuale questa esperienza “dei” e “nel” tempo dovrebbe essere valutata a livello collettivo come patrimonio da non disperdere. Forse sarebbe saggio non avere troppa fretta di tornare a una normalità che non potrà forse tornare, ma come equilibristi esistenziali porci di fronte all’avventura di ogni attimo con spirito da pionieri. Non abbiamo il potere di decidere quasi nulla, ma abbiamo la possibilità di tentare un equilibrio sull’onda di ogni istante.

Tag: pandemia, tempo, invecchiare

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